Terremoti. La ricostruzione a passo di lumaca e la Protezione Civile, l’involontaria pessima eredità di Zamberletti

L’Aquila e la lezione del passato, Corriere del Ticino*, 12 aprile 2021

Qualche giorno fa, l’anniversario del terremoto che il 6 aprile 2009 devastò l’Aquila, capitale storica dell’Abbruzzo, e i suoi dintorni è stato in Italia un’occasione per ricordare che a dodici anni da quel tragico evento la ricostruzione della città è ben lungi dall’essersi conclusa.

Eppure sarebbe bastato, e basterebbe ancora, andarsi a ristudiare il caso di successo della rinascita delle aree dell’Alto Friuli colpite dai terremoti del 1976 per capire come ricostruire bene e alla massima velocità possibile un’area terremotata facendo inoltre della ricostruzione un grosso motore di sviluppo. Negli archivi del Friuli c’è tutto ciò che occorre per capire come si fa. Basterebbe andare a vedere. E lo stesso sarebbe molto utile fare per quanto concerne Amatrice, Norcia e altre località appenniniche dell’Italia centrale colpite dai terremoti del 2016-17, dove le cose stanno andando anche peggio.

Il caso esemplare della ricostruzione delle arre terremotate del Friuli si dovette alla positiva combinazione di vari fattori. In primo luogo l’autonomia speciale, ossia maggiore, di cui gode la regione Friuli-Venezia Giulia, e in secondo luogo la scelta del governo presieduto da Aldo Moro allora in carica, che aveva grossi problemi da affrontare in sede nazionale, di coinvolgersi il meno possibile nella questione. Per far fronte all’emergenza Friuli Moro scelse perciò di nominare con vastissimi poteri un apposito Commissario straordinario del governo nella persona del varesino Giuseppe Zamberletti (1933-2019). Questi non solo gestì con grande efficacia la fase del pronto soccorso e dell’emergenza ma molto intelligentemente restituì il mandato e lasciò il Friuli non appena questa si concluse. A quel punto la Regione rientrò nella pienezza dei propri poteri e gestì la fase della ricostruzione; e lo fece al meglio affidando ai sindaci pieni poteri nell’erogazione dei contributi alla ricostruzione, e favorendo il ruolo della piccola e media impresa locale in modo di fare di essa un volano di nuovo sviluppo delle aree colpite. In quanto poi al buon uso delle somme stanziate per la ricostruzione, con la delega della loro spesa ai sindaci più che sul controllo burocratico puntò con ottimi risultati sul controllo sociale.

L’esperienza fatta in Friuli della netta distinzione tra la fase dell’emergenza e quella della ricostruzione, che invece da allora in poi è sempre mancata, è di importanza cruciale. Se infatti nella prima, che ha un carattere per così dire militare, risulta indispensabile l’intervento dall’esterno di strutture centrali, alla fase della ricostruzione nessuno può provvedere meglio delle popolazioni direttamente interessate e quindi dei loro organi di governo locale. Se ciò da allora ad oggi non è più accaduto si deve paradossalmente proprio alla Protezione Civile italiana di cui Zamberletti fu il fondatore. In Friuli Zamberletti aveva potuto largamente avvalersi delle forze armate che, in anni ancora di Guerra fredda, erano in gran parte di stanza appunto in quella regione ai confini con l’allora Jugoslavia. Tale risorsa non sarebbe però stata altrettanto disponibile altrove, e d’altra parte era già all’orizzonte in Italia l’abolizione del servizio di leva e quindi dell’esercito di massa. Zamberletti propose perciò e ottenne una radicale riforma della Protezione Civile, che in quei tempi era per lo più solo sulla carta. Nelle sue intenzioni avrebbe dovuto trattarsi di un’organizzazione molto decentrata e sostanzialmente di milizia (di servizio volontario: Ndr) , ma poi non fu così. In un stato centralizzato come l’Italia, infatti, qualsiasi organismo di dimensione nazionale diventa ben presto piramidale, anzi idrocefalo, anche quando si voleva fosse reticolare. E così è puntualmente avvenuto pure nel caso della Protezione Civile la quale col tempo è riuscita a farsi regolarmente incaricare anche della ricostruzione delle aree terremotate tagliando fuori le Regioni e i comuni e lasciando alle popolazioni interessate soltanto il ruolo di eventuali percettori passivi di provvidenze statali. Con i fallimentari risultati che si vedono, di solito ulteriormente aggravati dalla successiva nomina di Commissari straordinari del governo che hanno il titolo ma nient’affatto i veri poteri commissariali che ebbe Zamberletti.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Terremoti. La ricostruzione a passo di lumaca e la Protezione Civile, l’involontaria pessima eredità di Zamberletti

  1. Roberta22 ha detto:

    Aggiungere la solita indolenza all’italiana, vedi risposte alle richieste d’aiuto a Rigopiano. E solita protezione della magistratura. Per non parlare degli imprenditori della sussidiarietà che prendono soldi pur non essendo efficienti tanto nessuno li controlla. D’accordo! Occorre sostituire le azioni democratiche condivise con una buona catena di comando locale di cui rispondere ai cittadini.
    Spero presto.

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