Grillo, Conte, Fratelli d’Italia e la crisi della democrazia

Il controllo dei 5 Stelle, Corriere del Ticino*, 19 luglio 2021

La lotta per il controllo del Movimento 5 Stelle fra Beppe Grillo e Giuseppe Conte continua ad agitare la cronaca politica in Italia. Alla fine della scorsa settimana è stato infine pubblicato il nuovo statuto, frutto di lunghe e riservate trattative, che i suoi iscritti saranno chiamati a ratificare via Internet il 3-4 agosto prossimi.

La sua principale novità è il ridimensionamento del ruolo del Garante, ossia Beppe Grillo, il quale continua a essere “il custode dei valori fondamentali dell’azione politica del M5s” e conserva “il potere di interpretazione autentica, non sindacabile, delle norme dello statuto” ma si trova ora di fronte alla nuova figura del Presidente, ossia Giuseppe Conte, il quale è “l’unico titolare e responsabile della determinazione e dell’attuazione dell’indirizzo politico del M5s”, nonché “il rappresentante politico del Movimento in tutte le sedi”.

Continua così la sorprendente ascesa di Conte, professore universitario ignoto al grande pubblico fino a quando Grillo, uscito vincitore dalle votazioni del 4 marzo 2018, lo fece all’improvviso comparire sulla scena pubblica proponendolo come ministro «tecnico» con un incarico secondario. Seguirono settimane di manovre tra le quinte finché il 31 maggio Conte, nel frattempo riaccreditato dalla grande stampa come esperto super partes, divenne capo di un governo nato da un’imprevedibile alleanza tra 5 Stelle e Lega, e conservò l’incarico anche quando successivamente i 5 Stelle ruppero con la Lega e passarono da uno schieramento all’altro dando vita a un nuovo governo con il Partito Democratico.

Raccogliendo oltre il 32 per cento dei consensi, nelle elezioni del 4 marzo 2018 il Movimento 5 Stelle aveva trionfato ottenendo perciò 227 seggi alla Camera e 112 al Senato. Oggi ha perso oltre la metà di tali consensi (si stima sia attualmente attorno al 15 per cento), ma grazie al peso che conserva nelle Camere frutto di quelle votazioni, continua a essere un fondamentale pilastro del governo di unità nazionale attualmente in carica, presieduto da Mario Draghi.

Quanto tutte queste vicende abbiano ben poco a che vedere con le regole e soprattutto con la cultura della democrazia è cosa evidente, ma l’opinione pubblica non sembra scandalizzarsene. Sta di fatto che non solo in Italia ma anche in buona parte del resto dell’Unione Europea, a partire dalla Francia, nei confronti della democrazia si registra attualmente un grande disincanto. Sembra purtroppo essersi esaurita quella grande passione per la libertà politica che caratterizzò le generazioni che avevano vittoriosamente lottato contro le dittature del secolo XX e quelle immediatamente successive.

Delusa dalle tradizionali forze di governo, la gente è sempre più disponibile ad affidarsi anche a occhi chiusi a chi promette efficienza e testimonia determinazione quali che esse siano. Questo aiuta a capire le traiettorie da un lato del Movimento 5 Stelle e dall’altro di Fratelli d’Italia, le due forze che, rispettivamente nell’area di centrosinistra e nell’area di centrodestra, offrono più risposte a tali aspettative. Nell’una, pur dopo tutto quello che è successo, il Movimento 5 Stelle, seppur in discesa, conserva il 15 per cento dei consensi. Resta così la seconda forza dell’area e di fatto la prima grazie alla sua attuale maggioranza parlamentare. Nell’altra Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, erede indiretta ma non immemore del post-fascismo di Gianfranco Fini, con il 20,2 per cento dei consensi è in crescita, e a due passi dalla conquista del primo posto che la Lega di Matteo Salvini detiene ancora per un soffio.

Se poi, al di là delle contrapposizioni ufficiali, si vanno a vedere i fondamenti delle rispettive culture politiche e la sostanza dei rispettivi programmi ci si si accorge che Movimento 5 Stelle e Fratelli d’Italia hanno una stessa concezione statalista del rapporto fra società e istituzioni nonché una stessa concezione autoritaria dell’organizzazione del partito.  D’altra parte, secondo una ricerca condotta dalla società di ricerche demoscopiche Ipsos (recentemente ripresa e commentata nel volume Una società di persone? I corpi intermedi nella democrazia di oggi e di domani, Ed. Il Mulino), il 56,2 per cento degli italiani si dice deluso dalla democrazia e pronto a sperimentare qualcosa di diverso. É un campanello d’allarme che vale la pena di non prendere sotto gamba.

*Quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Grillo, Conte, Fratelli d’Italia e la crisi della democrazia

  1. Bocian ha detto:

    Egregio Dott. Ronza, noto che una volta di più sottolinea la “cultura statalista” della compagine di Fratelli d’Italia, attribuendo a ciò la sua notevole crescita (peraltro solamente nei sondaggi). Personalmente ho grande rispetto per la sua capacità di osservazione critica dei fenomeni sociali, e del resto il suo curriculum vitae parla da sé. Ho tuttavia un dubbio, da piccolo e imperfetto osservatore: credo che in realtà la crescita di FdI sia dovuta in gran parte al fatto che la cosiddetta gente comune (quella che, per intenderci, non riesce a star dietro ad analisi socio-politiche, quantunque ben articolate e motivate) manifesti sempre più opinioni favorevoli verso il partito della Meloni perché ne riconosce un grande valore pressoché scomparso dal panorama politico: la coerenza e la fedeltà alle proprie idee e l’aderenza della propria azione politica alle promesse elettorali.
    Non mi sembra poca cosa, soprattutto se paragonata agli altri fronti.
    A sinistra il M5S di idee ne ha fin troppe, contraddittorie e inefficaci, e le cambia ad ogni refolino di vento (vedi da ultimo la furiosa polemica Grillo/Conte finita a tarallucci, anzi a spigola, e vino), il PD di idee non ne ha per nulla se non quelle da rotocalco globalbuonista e da comizietti da capopopolo alla Fedez (a che punto sono ridotti).
    A destra Forza Italia soffre di una malattia endemica, ovvero la mancanza di un assetto vero e proprio di partito, con tanto di linea politica: il risultato è che questa gestione aziendale di Berlusconi, se poteva andar bene al momento della nascita quando occorreva rapidamente coalizzare un fronte avverso alle sinistre, con il passare degli anni ha finito per logorare la cosiddetta classe dirigente (mi consenta l’eufemismo) e il consenso che ne derivava. Pare che su questioni pur fondamentali lo sport largamente praticato da tanti sia quello di esternare i distinguo (vedi Carfagna e altri, e prima ancora Lorenzin, Fini, Casini, ecc.), quasi nel tentativo di farsi benvolere dagli avversari politici invece che da chi li ha votati.
    La Lega? Pur partendo da presupposti in certo modo apprezzabili, sta finendo a fare la parte del giocatore al tavolo da poker: a volte puoi vincere una buona mano anche bluffando, ma non puoi bluffare per tutta la partita. O hai carte buone e capacità di giocarle o prima o poi perdi.
    Dal “mai con i cinquestelle” e “mai con il PD” al governo con entrambi: va bene, c’era un emergenza nazionale e bisognava risollevare il paese distrutto economicamente e socialmente dalla pandemia (ma certe misure governative non si capisce cosa ci azzecchino), però più passa il tempo e più si ha l’impressione che a tenere in piedi la presenza leghista nel governo sia più che altro il voler stare a tutti i costi – e a prescindere – nella stanza dei bottoni.
    Cordiali Saluti

  2. Roberta22 ha detto:

    La libertà che rimpiange Ronza è quella di cambiare partito al cambiare del tempo, degli affari di CL sempre e con chiunque. Lupi che cambia partito, che vota Cirinnà. La democrazia per i cattolici italiani è faccio ciò che voglio e nessuno rompa. Ancora a gridare contro i fascisti e i populisti.
    Vuoi mettere i moderati? Con moderazione si prendono tutto, tanto pagano gli italiani.

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