Il G20, l’ambiente e la vera radice delle paure per il «riscaldamento globale»

Qualche giorno fa, il 23/24 luglio scorsi, si è svolta e conclusa a Napoli la sessione del G20 sull’ambiente. I rituali squilli di tromba radiotelevisivi non sono mancati; poi sono arrivate le Olimpiadi e non se è parlato più. Chi però ha la pazienza di andarsene a vedere i risultati, e conviene farlo, non fatica ad accorgersi che in realtà non si è concluso niente.

Come pudicamente si osserva in un rapporto (https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/g20-ambiente-accordi-e-disaccordi-31237) dell’Ispi di Milano, un centro di studi di politica internazionale pur molto vicino a questo mondo, “Nonostante l’esultanza per l’accordo raggiunto sul comunicato finale, le delegazioni delle 20 economie più ricche del mondo non hanno assunto impegni finanziari vincolanti, il che limita la concretezza delle decisioni assunte”. Che altro dire allora? Non resta che auspicare “un rinnovato impegno climatico alla COP26 di questo novembre a Glasgow, definita non a caso «l’ultima e migliore possibilità che il mondo ha di evitare la crisi climatica»”, secondo una formula, ormai di rigore da decenni, con cui si rinvia ogni cosa all’appuntamento diplomatico prossimo venturo ogni volta definito come ultima spiaggia prima dell’ormai incombente catastrofe. Frattanto si lascia al grosso della comunicazione di massa il consueto compito di diffondere a piene mani paura per il baratro climatico in cui staremmo per cadere.

Per nostra buona sorte le cose non stanno affatto così. Quindi non è il caso di preoccuparsi, se non per i molti soldi buttati via per organizzare conferenze del genere.  L’alternanza di periodi di clima più caldo a quelli di clima più freddo è un fenomeno naturale che, sin dalla sua comparsa sulla Terra, non ha mai avuto conseguenze catastrofiche per l’uomo il quale è sempre riuscito ad adattarvisi. È vero che oggi con la sua attività l’uomo provoca molte più emissioni di gas e di calore di quante ne abbia mai provocate prima. Senza dubbio è meglio ridurle e già lo si sta facendo. Si tratta tuttavia di fenomeni nocivi, perciò da contrastare, alla scala per così dire regionale, ma non tali da influire in misura determinante sulle condizioni della temperatura della superficie della Terra e nemmeno dell’atmosfera.

Che il clima del mondo stia diventando più caldo di quanto fosse a memoria d’uomo è un fatto, e sui fatti non si discute. Tutti coloro che, come me, sono più avanti negli anni hanno al riguardo delle proprie testimonianze precise. Tanto per dirne una per quanto mi riguarda, ricordo inverni in cui il lago di Varese, che adesso non gela mai, gelava al punto che ci si poteva andare sopra in bicicletta e anche in auto; e io sono uno di quelli che ci andarono. Anche se adesso ripensandoci mi viene una certa paura retrospettiva.

Pretendere però di imporre – come ora sta accadendo in sede internazionale — quale pensiero unico e indiscutibile la tesi secondo la quale si tratta in primo luogo di un fenomeno catastrofico, e in secondo luogo di qualcosa di cui l’uomo moderno con la sua industria è l’unica causa, non c’entra per nulla né con la realtà dei fatti né con la scienza.

Per il bene della libertà e della democrazia è importante che un numero sempre maggiore di persone si renda conto che i luoghi comuni oggi predominanti in tema di riscaldamento globale in effetti non sono altro che un’ideologia al servizio di un progetto politico neo-autoritario con cui gli eredi dell’utopia marxista — sconfitta dalla storia nel secolo XX al prezzo delle lacrime e del sangue che sappiano – puntano a riportarla alla ribalta in altra veste; e questa volta immediatamente alla scala planetaria. Dalla pretesa che il riscaldamento globale sia un fenomeno tendenzialmente catastrofico nonché di origine esclusivamente umana (antropica) deriva infatti sul piano politico una precisa conseguenza: la democrazia liberale deve lasciare il passo a un’ élite di scienziati legittimata, in forza della sua scienza, a governare l’economia del mondo secondo moderne forme di pianificazione centralizzata allo scopo di ridurre presto e drasticamente le emissioni di origine antropica nell’atmosfera prima che sia troppo tardi. Se invece, come a mio avviso è, si tratta non di impedire il riscaldamento bensì di adattarvisi, allora la via d’uscita non è la pianificazione centralizzata bensì una quantità di soluzioni, diverse secondo un gran numero di circostanze storiche e geografiche, che società ed economie fondate sulla libertà possono meglio inventarsi e diffondere.

Nella prima delle due ipotesi torna appunto in scena in altra veste l’utopia subito violenta e infine sanguinaria di Lenin: quello che nel secolo XX era il Partito leninista, avanguardia della classe operaia, nel secolo XXI è la lobby degli “illuminati” dell’estremismo verde che — in nome del pensiero unico che sin qui è riuscita a imporre — detiene l’assoluto controllo delle agenzie e delle commissioni dell’Onu. Tra di esse in primo luogo la Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change, IPCC). Da qui per ricaduta tale pensiero unico diventa di rigore anche nel grosso della comunicazione di massa, dalle grandi agenzie americane che la governano alla scala mondiale giù giù fino ai nostri vari “Tg1” e a tutte le miriadi di “Tg1” delle Tv di ogni parte del mondo.

27 luglio 202

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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6 risposte a Il G20, l’ambiente e la vera radice delle paure per il «riscaldamento globale»

  1. Piero ha detto:

    Non sono d’accordo ! Il clima è cambiato proprio per l’uomo : siamo triplicati industria idem mezzi di trasporto al cubo sfruttamento del suolo acqua e risorse il tutto elevato a ‘n’ = riscaldamento globale senza ritorno.

    • Benson ha detto:

      Il sole e i suoi cicli non c’entrano nulla, ovviamente.

    • Carlo Meazza ha detto:

      I fatti, i dati, i numeri sono difficilmente contestabili, come tu Robi confermi nel tuo scritto, se non si vuole fare del negazionismo irragionevole. E i dati dicono che noi, esseri umani, abbiamo le nostre belle responsabilità. È su questo che bisogna secondo me ragionare se non si vogliono mettere le basi per una catastrofe che noi non riusciremo comunque a vedere. Il fare riferimento ad un non spiegato futuro ‘neoautoritarismo della lobby degli scienziati” a me lascia senza parole e che non porti da nessuna parte, senza speranza, verso la soluzioni di quei gravi problemi Carlo

  2. Alberto ha detto:

    Impressionante la sicumera con cui Ronza affronta l’argomento. Che ci siano dei cicli naturali di riscaldamento e raffreddamento del clima oramai lo sanno anche i bambini, basta pensare all’optimum climatico medioevale e alla piccola glaciazione del 1650-1850. La differenza rispetto alla situazione attuale è pero la mancanza, allora, di una presenza antropica sulla terra così importante come quella attuale. Che il rapido riscaldamento dell’atmosfera possa essere correlato alle attività antropiche è confermato da moltissimi degli studi condotti sul tema: tutti servi della lobby verde? O forse lei e i negazionisti climatici non assomigliate all’orchestrina che suonava sul Titanic mentre la nave affondava?

    • Robi Ronza ha detto:

      Caro Alberto, dalla serie dei suoi messaggi a questo mio sito personale, risulta che lei è contrario a qualsiasi cosa io dica. Credo che se io un giorno scrivessi che l’erba è verde e le patate fritte sono gialle lei mi scriverebbe subito inviperito sostenendo che l’erba è gialla e le patate fritte sono verdi. Mi pare si possa concludere che il suo problema non sia quello che penso, ma io stesso. Perciò per definizione non posso fare nulla per venirle incontro.

      • Alberto ha detto:

        Vorrei una risposta di merito, non ghirigori su una presunta inimicizia da parte mia nei suoi confronti.

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