«Riscaldamento globale»: perché è importante spiegare, soprattutto ai più giovani, che è un problema, ma non un incubo

In questi giorni la pubblicazione del sesto Rapporto della Commissione intergovernativa per il Cambiamento climatico (Intergovernamental Panel for Climatic Change, IPCC) delle Nazioni Unite ha innescato ancora una volta una campagna allarmistica sul futuro prossimo della Terra. Ormai da più di trent’anni il sistema mediatico internazionale diffonde questa paura per ragioni e con obiettivi su cui qui mi sono più volte soffermato non solo di recente ma anche in anni passati (cfr. ad esempio, Ambiente: il pericolo n.1 sono i “verdi” e gli animalisti, non l’anidride carbonica, 10 dicembre 2014).

Torno ora di nuovo sull’argomento soprattutto perché vedo quanto la «filosofia» catastrofica e anti-umanistica della quale l’IPCC è il grande megafono spaventi in particolare molti bambini e ragazzi. Una situazione di cui il volto triste e smarrito della povera Greta Thunberg è un po’ il simbolo. Diventa perciò molto importante spiegare ai più piccoli e ai più giovani perché tanta paura non sia invece affatto giustificata. Senza dubbio si deve produrre e consumare con sempre maggior rispetto per l’ambiente, e questo lo si sta già facendo, ma loro non corrono affatto il rischio di ricevere in eredità un mondo inabitabile. L’ambiente è già migliore di quanto fosse cinquant’anni fa, quando ad esempio la pianura padana restava sotto la cappa dello smog da novembre ad aprile, e anche nel prossimo futuro potrà ancora migliorare. È per offrire argomenti al riguardo innanzitutto a genitori e insegnanti che riassumo qui alcune utili informazioni di base.

Oltre trent’anni fa, nel 1989, con una Dichiarazione sull’emergenza climatica firmata dal direttore del suo Programma per l’Ambiente (United Nations Environment Program, Unep), l’Onu proclamò che, se entro il 2000 la Terra non avesse cessato di riscaldarsi, un gran numero di regioni costiere nonché interi Paesi insulari sarebbero andati sott’acqua a seguito della crescita di circa un metro del livello degli oceani provocata dallo scioglimento dei ghiacci polari. «I governi», ammoniva l’Unep, «hanno dieci anni di tempo per risolvere il problema dei gas serra prima che la situazione sfugga totalmente al controllo umano».  Le Maldive e altre nazioni insulari sarebbero scomparse, sommerse dal mare, e così pure un sesto del Bangladesh, mentre un quinto delle terre agricole nel Delta del Nilo sarebbero andate perse, con tutti i catastrofici esodi di massa che si possono immaginare. Da allora sono passati non dieci ma trent’anni senza che la Terra cessasse di riscaldarsi (anche se non ci dicono mai che si sta scaldando sempre meno), e non è accaduto niente del genere.

La Dichiarazione del 1989 resta tuttavia a suo modo un evento storico, non però in quanto tale bensì come segno d’inizio dell’imponente campagna planetaria di diffusione della paura per una presunta imminente apocalisse climatica che ha trasformato il timore per il «riscaldamento globale» in un luogo comune dell’attuale cultura di massa. E ciò per motivi non tanto scientifici quanto politici che meriterebbero di venire meglio compresi. (vedi qui anche Riscaldamento globale: la vera posta in gioco, 4 agosto 2021). L’IPCC, entrata in scena nel 1990, un anno dopo la Dichiarazione dell’Unep, è l’asse portante di tale campagna.

In vista del COP26 — l’ormai imminente vertice sulla questione del clima in programma a Glasgow in Scozia nel novembre prossimo — l’IPCC ha pubblicato la prima parte del suo sesto Rapporto, riservandosi di pubblicarne il resto proprio nei giorni di quel vertice. Si tratta, come si può vedere, di un’operazione mediatica di grande respiro strategico con cui si conferma la straordinaria capacità di questo ente di accreditarsi agli occhi del mondo come l’indiscutibile detentore della verità scientifica in materia nonostante sia chiaramente di parte. Dà infatti voce solo ad accademie e a studiosi schierati a testa bassa per la tesi dell’origine antropica e per la prospettiva catastrofica dell’attuale fase di riscaldamento della Terra tagliando rigorosamente fuori chi la pensa in modo diverso.

Al di là del suo successo mediatico — garantito dal sostegno che trova nell’ambiente liberal (borghese progressista) più o meno predominante in tutto il mondo dell’informazione — le raccomandazioni dell’IPCC vengono prese sul serio soltanto dall’Unione Europea, mentre di fatto sia gli Stati Uniti che la Cina e l’India, ossia i più grandi produttori di immissioni nell’atmosfera di CO2 e di calore di origine industriale, o li ignorano o li aggirano abilmente. Proprio le immissioni che secondo l’IPCC sarebbero all’origine dell’attuale fase di riscaldamento della Terra non si stanno perciò affatto riducendo. Ci sarebbe quindi da preoccuparsi se non fosse che per fortuna alla scala globale tali immissioni non stanno affatto avendo quegli effetti apocalittici che l’IPCC pretende abbiano.

Purtroppo non si può invece dire lo stesso delle loro possibili conseguenze sull’economia, almeno per quanto concerne l’Unione Europea. Il Patto Verde (Green Deal) del tutto ispirato alle tesi dell’IPCC, che la Commissione Europea sta cercando di imporre agli Stati membri dell’Unione, rischia di mettere fuori mercato interi settori dell’economia europea; e senza nemmeno ridurre in modo significativo le immissioni di CO2 nell’atmosfera cui l’Europa contribuisce in misura già relativamente modesta.

La forza delle cose sta però provocando qualche prima crepa nella cappa di questo pensiero unico. Ne sono paradossalmente una testimonianza recente proprio le due pagine che il Corriere della Sera dello scorso 10 agosto ha dedicato alla notizia della pubblicazione del sesto Rapporto dell’IPCC.  A fronte di una titolatura del tutto in linea con le previsioni apocalittiche del Rapporto (“Più incendi e inondazioni: la Terra è in «codice rosso», “L’incubo è già qui anche se in America molti non vogliono credere alla notizia” e così via) già il testo di apertura non è così perentorio, e fra l’altro termina con la dichiarazione di uno studioso secondo il quale pur se “Nel complesso, la continua combustione di combustibili fossili aumenterà il riscaldamento” altri grandi processi dell’industria moderna  giocano a favore di un raffreddamento della Terra. E soprattutto le due pagine si concludono poi con una colonna di commento, dal cauto titolo “La via tortuosa del taglio delle emissioni”, in cui si finisce per dire che alla conferenza di Glasgow “Dopo un anno e mezzo di sacrifici, un nuovo impegno globale di enorme portata come la lotta ai cambiamenti del clima non sarà facile da fare accettare. Su questo e altro, inizia a circolare l’idea che sia necessario trovare alternative alla strada del taglio delle emissioni, costosa ed enormemente impervia”. Vuoi vedere che in tema di «riscaldamento globale» il buon senso sta tornando in scena? Sarebbe davvero una bella notizia.  

12 agosto 2021

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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4 risposte a «Riscaldamento globale»: perché è importante spiegare, soprattutto ai più giovani, che è un problema, ma non un incubo

  1. Carlo Meazza ha detto:

    Faccio solo presente che…il volto triste e smarrito di Greta Thumberg…è così non perché spaventata per le sorti del pianeta, ma perché malata dalla nascita. Ha il morbo di….(non ricordo il nome). Ciononostante ha contribuito molto, come sappiamo, nonostante l’indifferenza e la presa in giro da lei subita da alcuni giornali e politici italiani, nella sensibilizzazione a livello internazionale verso i temi della difesa dell’ambiente. Greta Thumberg ha occupato uno spazio che altri avrebbero dovuto occupare…Brava Greta! Robi, so che non è un giudizio il tuo ma lo sembra. Carlo

  2. Carlo Meazza ha detto:

    Leggo i giornali, ascolto radio 3 e pochissime trasmissioni televisive di informazione e approfondimento, come 8e1/2 e In Onda. A me non sembra che le autorità abbiano mai fatto dichiarazioni di fede cieca nella scienza, hanno sempre e semplicemente detto chiaramente e con forza che vaccinarsi bisogna. Inoltre non mi sembra manchi determinazione a questo governo e che certe polemiche , come quelle a suo tempo contro Figliuolo, siano proprio polemiche da salotti televisivi portate avanti da giornalisti tuttologi esperti di tutto. Certo una maggiore chiarezza sarebbe utile ma davvero non mi sembra, in questo caso così difficile, che l’Italia faccia male le cose. Una domanda farei al governo: perché in chiesa il green pass non serve?

  3. Alberto ha detto:

    Leggendo un articolo sul medesimo argomento di Riccardo Cascioli, ex sodale di Ronza, ma su posizioni pressoché analoghe sulle tematiche ambientali, mi sono accordo come nel tempo il percorso (il)logico che hanno seguito è il medesimo: prima fase: il cambiamento climatico non esiste; seconda fase: il cambiamento esiste, ma non dipende da cause antropiche; terza fase: non bisogna ridurre le emissioni e rimuovere le altre cause che provocano il cambiamento, ma è sufficiente adattarsi ad esso. Tutte e tre sono posizioni fallaci perché ideologiche e non basate su dati né empirici né scientifici.

    • Robi Ronza ha detto:

      Come chiunque può verificare inserendo le parole “cambiamento climatico” nel motore di ricerca di questo sito:
      1. Non ho mai negato il cambiamento climatico;
      2. Ho però sempre osservato che il cambiamento climatico è un fenomeno ricorrente nella storia, documentabile sin da epoche molto precedenti alla moderna industrializzazione.
      3: Ho poi sempre detto e scritto di ritenere opportuno che le emissioni della moderna attività produttiva dell’uomo vengano mitigate (e già da decenni le si stanno mitigando) per l’impatto negativo che hanno alla scala per così dire “regionale”, ma che non c’è alcuna prova che abbiano un impatto determinante sul cambiamento climatico alla scala globale.
      La prego quindi, se vuole polemizzare con le mie tesi, di riferirsi ad esse, e non a cose che non penso né ho mai detto né scritto.

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