I migranti ammassati al gelo al confine tra Polonia e Bielorussia, e quello che ci insegnano

La più tragica tra le attuali situazioni dei migranti irregolari che tentano di entrare nell’Unione Europea è senza dubbio quella di coloro che sono ammassati al confine tra Bielorussia e Polonia. Si tratta per lo più di siriani, di iracheni e di afghani che hanno speso tutto ciò che avevano per pagare fino a 15 mila dollari a testa e dei trafficanti i quali, dopo averli abbindolati con false promesse li hanno si può dire venduti al regime al potere in Bielorussia, che se ne serve per premere sul confine con la Polonia a titolo di ritorsione contro le sanzioni che l’Unione Europea gli ha inflitto.

Dopo esser stati abbindolati con false promesse questi infelici, che avendo speso tutto ciò che avevano non hanno più nemmeno la possibilità di tornare da dove sono venuti, giungono per via aerea a Minsk e da qui con bus e treni vengono trasportati fino al confine polacco. A questo punto vengono spinti a tentare di attraversarlo per avviarsi verso la loro meta, che è la Germania. Respinti dalle guardie di frontiera polacche, si ammassano senza saper più dove andare nei boschi e nelle radure gelate del rigido inverno nordeuropeo dove tra l’altro nemmeno le ong europee riescono a soccorrerli in modo adeguato perché paradossalmente proprio a causa delle sanzioni non riescono a far entrare in Bielorussia nella quantità e con la regolarità dovuta viveri, tende e altri materiali di prima necessità.

Questa è in sintesi la situazione nel suo complesso, che i pochi e brevi servizi televisivi ad effetto che ogni tanto accade di vedere in proposito non spiegano e quindi non aiutano affatto a capire. Se dunque, come sarà forse possibile, grazie alla nunziatura della Santa Sede a Minsk si aprirà un canale umanitario tramite cui far giungere sul posto degli aiuti presto e bene, sarà cosa buona contribuire all’iniziativa in tutta la misura del possibile.

Fermo restando che il dovere del soccorso a chi è in pericolo di vita e della solidarietà verso chi non ha nulla vale sempre e comunque, sarebbe però importante rendersi conto che le migrazioni irregolari di massa sono il sintomo di un problema, non la sua soluzione. Segnalano che ci sono Paesi in condizioni di disagio così grave che tutti coloro che ne hanno i mezzi cercano di lasciarli ad ogni costo. La soluzione del problema non è però la normalizzazione di tali flussi migratori che da un lato dissanguano il Paese di esodo dei meno poveri e dei più preparati e dall’altro di fatto finiscono per finanziare indirettamente le bande internazionali di trafficanti criminali che li gestiscono. Un circolo vizioso questo cui si sta ora aggiungendo, come dimostra il caso della Bielorussia, anche il cinico sfruttamento di questi disperati da parte di regimi senza scrupoli.  La vera soluzione del problema insomma non è una paradossale normalizzazione dei flussi migratori irregolari (di cui fra l’altro i migranti regolari sono i primi a fare le spese) bensì un impegno internazionale per fermare le migrazioni irregolari là dove iniziano: da un lato con interventi di pacificazione e di sviluppo e dall’altro attivando e promuovendo canali migratori legittimi.

2 dicembre 2021

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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5 risposte a I migranti ammassati al gelo al confine tra Polonia e Bielorussia, e quello che ci insegnano

  1. Carlo Meazza ha detto:

    Robi, le soluzioni che proponi sono quelle di cui si parla e si sente parlare da anni ma che, purtroppo, non aiutano a risolvere il “problema”. “Aiutiamoli a casa loro” è diventato uno slogan consumato che indica una via di uscita di comodo e nel nulla. Sarebbe bello se succedesse ma il sistema nel quale viviamo non lo prevede, anzi. Quei paesi li sfruttiamo in tutti i modi, anche vendendo loro armi di ogni genere. Lo facciamo noi, mondo occidentale e cristiano, (non lo dico provocatoriamente, ma con dispiacere), da anni. Loro, quelli che possono, tentano di venire qui. Anch’io farei così. Mi vengono in mente quei bambini che in braccio alle loro mamme o papà , senza capire perché e con totale, assoluta e inevitabile fiducia nei loro genitori, lasciano le loro case, i loro amici e i giochi che avevano fino a poco prima. Arrivano qui e trovano paesi, in questo caso, che li “usano” come la Bielorussia e altri (la Polonia,la Serbia, l’Ungheria) che li fermano col filo spinato e con le armi. L’Italia, dopo avere venduto armi a quei paesi, almeno questo non lo fa e lascia, giustamente, che navi di ong anche del nord Europa, come hai sottolineato tu in un precedente articolo mi é parso polemicamente, salvino gente in mare e la portino, come previsto dalla legge, nei porti più vicini. Quella gente nei boschi o sui gommoni, bambini, genitori, singoli/e, ci dice che il nostro “sistema” non funziona più. Tutto qui secondo me.

    • Robi Ronza ha detto:

      Mi interesserebbe anche un tuo parere sul fatto che la “normalizzazione” dei flussi migratori irregolari finisce per trasformarsi in un meccanismo di finanziamento di bande internazionali di trafficanti criminali di persone umane. Ritengo poi che, per difficile che ciò sia, l’allargamento dello sviluppo al di là del suo attuale perimetro e la promozione della stabilità e della pace siano comunque la via maestra della soluzione del problema.

      • Carlo Meazza ha detto:

        So bene che è tutto molto complicato e che se in quei paesi non ci fosse una guerra continua ma una situazione di stabilità e benessere quella gente non verrebbe da noi. Ma non è così. Mi viene in mente quel personaggio di “Alto gradimento” che diceva…è molto meglio essere sani e ricchi che poveri e malati.. Le bande di delinquenti credo debbano essere combattute sempre e con determinazione, qui o dove sono, se possibile, ma la gente in mare va salvata e i muri o il filo spinato sono delitti quasi come quelli dei trafficanti, secondo me. Uno sviluppo economico e la pace quanti anni sono che li auspichiamo per tutti? Chi lo nega? Ne sentiamo parlare da decenni, certo che sarebbe giusto, ma cosa fa davvero il mondo occidentale in proposito? Gli vende armi e ne sfrutta le risorse. O no? Quella gente sui gommoni o nei boschi in bielorussia ci dice chi siamo.

  2. Alberto ha detto:

    Meazza batte Ronza 10-0

  3. Bocian ha detto:

    Trovo sempre un po’ stucchevole, e non saprei se frutto di ingenuità o di visione ideologicamente deformata, certa posizione che – per giustificare un proprio punto di vista della realtà delle cose- ritiene di fare a meno, appunto, del dato di realtà, nascondendo in maniera infantile le parti scomode sotto il tappeto di un convincimento forzoso e (va da sé) evitando di affrontare direttamente problematiche non virtuali e, per ciò stesso, lasciandole fluttuare nelle placide acque del buonismo di maniera.
    Che a chi si trova in immediato pericolo di morte vada salvata la vita non lo nega nessuno (neppure l’orribile Salvini o l’orrenda Meloni). Sfido chiunque a trovare uno straccio di dichiarazione contraria. Posto questo, rimane irrisolta una questioncella talmente semplice da essere regolarmente bypassata, soprattutto dai professionisti dell’accoglienza e dai loro tifosi, in particolare da quelli che del “dopo-accoglienza” non si interessano perché tanto ci sarà qualcuno che se ne occupa, e intanto stilano fanciullesche classifiche dei buoni e dei cattivi. La questioncella, comunque, è questa: “è lecito a chiunque, per qualunque ragione, varcare i confini di un altro paese e lì stabilirsi senza dover chiederne il permesso?”
    La risposta non è affatto ovvia: se si risponde di sì, allora è conseguenza logica che i confini di uno stato non hanno più senso, né ha senso tutto l’apparato di difesa degli stessi, fino ad arrivare all’inutilità dello stato in senso lato (chi sarebbero, al fine, i suoi “cittadini”, se viene ammesso un “entra-esci” non controllabile per definizione?).
    Immagino la replica: “no, non per qualunque ragione, ma solo se…”. E qui la faccenda diventa incerta:
    a) “… solo se si proviene da zone di guerra, o di persecuzione o dalle quali si fugge perché si è in pericolo di vita”. Bene, però questo innesca inevitabilmente altre domande: “qual è la modalità con la quale si verifica la sussistenza di una situazione tale?”; “e cosa dovrebbe succedere, se viene verificata la non veridicità di questa asserzione?”; e ancora “una volta terminate le cause che hanno indotto alla fuga, c’è l’intenzione di far ritorno al luogo da cui si è pervenuti?”. Silenzio tombale. O al più le grida di “non riportiamoli nei lager libici”, scordandosi che gli immigrati, per la stragrandissima maggioranza, non sono libici e non sono neppure provenienti da paesi in guerra e, se appena allarghiamo lo sguardo fuori dal belpaese, non arrivano neppure sui gommoni dalla Libia (sorvolo, per carità di patria, su coloro che arrivano sulle nostre coste dall’Algeria o dalla Tunisia o dal Marocco, e sono – manco a dirlo – proprio algerini o tunisini o marocchini).
    b) “…no, hanno diritto di entrare anche coloro che vogliono migliorare le loro condizioni di vita”. Ancora bene, e ancora domande inevitabili: “c’è un limite numerico per accogliere anche costoro, posto che le risorse economiche non sono illimitate, o c’è posto per chiunque?”. Se la risposta è l’ultima, è evidente che si cortocircuita alla prima delle questioni. Ma ancora: “se chi arriva non ha intenzione di rispettare le leggi che questo paese si è liberamente dato, e anzi le viola apertamente, ce lo dobbiamo tenere o lo si rispedisce a casa?”; e in mezzo: “dopo averli accolti, gli si dà (a spese di chi?) una sistemazione decente o li si lascia in balia della miseria e delle organizzazioni criminali, ovvero in una situazione forse ancora peggiore di quella dalla quale sono scappati?”
    Ci sarebbero anche tante altre domande, ma sarebbe troppo lungo disquisirne. Lascio spazio invece a un’altra osservazione: che chi si fa portabandiera del “accogliamoli tutti” (ma naturalmente poi si ferma lì), lo fa in nome e per conto di un supposto peccato capitale indelebile dell’occidente, ovviamente bianco e sempre sfruttatore e colonizzatore per definizione. La qual cosa, oltre ad essere affetta da miopìa storica, dà la stura anche a certa interpretazione secondo la quale noi occidentali siamo colpevoli delle colpe dei nostri padri (o nonni o bisnonni). In fondo, è la stessa moda del Black Lives Matter, per il quale chiunque sia bianco è per ciò stesso razzista, cristiano, colonizzatore e un po’ fasssista. Ma mica si soffermano sul fatto che, nei secoli scorsi e ben dopo Colombo, il grosso del commercio degli schiavi dall’africa veniva fatto grazie alle armate musulmane, nerette pur’esse, manco a dirlo, e abilissime stivatrici di navi negriere in cambio di quattrini. O vogliamo riflettere su quale fine abbiano fatto e stiano facendo da secoli i cristiani di tutto il sud del mediterraneo? Oppure anche in tal caso non vale più la regoletta dell’ereditarietà della colpa?
    A margine, trovo alquanto strano che chi proviene da zone anche lontanissime non solo non si accontenti di raggiungere il paese più vicino che gli garantisca salvezza fisica o migliori condizioni di vita (e, va da sé, ci sono molti paesi confinanti ai loro o comunque interposti dal nostro e da altri stati europei, che non sono teatri di guerra o persecuzioni) ma pretenda di arrivare a un luogo ben determinato, quasi che il suo status di migrante gli dia un diritto inalienabile a scegliere. Come se un poveraccio raccolto dalla strada perché morente di fame, una volta seduto a tavola pretendesse di dettare il menù. Siate sinceri: vi pare sensato?

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