Elezioni presidenziali: quel che bolle in pentola

L’inquilino del Quirinale, Corriere del Ticino*, 11 gennaio 2021

È di martedì scorso l’annuncio ufficiale della convocazione a Roma del collegio di grandi elettori chiamati a votare il nuovo presidente della Repubblica italiana.

Riunito nella sede della Camera dei Deputati, il collegio, composto dai membri dei due rami del Parlamento nonché da 58 rappresentanti delle Regioni (tre per ciascuna salvo la Valle d’Aosta che ne ha uno solo), voterà per la prima volta alle 15 del 24 gennaio. Nelle prime tre votazioni   può risultare eletto solo chi raccoglie almeno due terzi dei consensi, mentre nelle successive basta per questo la maggioranza assoluta; e si continua a votare fino a quando un candidato riesce a raggiugerla

In Italia il ruolo del presidente della Repubblica, cui all’origine si chiedeva di essere poco più che il notaio degli accordi tra i partiti, dagli anni ’80 dello scorso secolo non ha mai smesso di crescere di pari passo con il loro progressivo indebolimento. Oggi più che mai la scelta dell’«inquilino del Quirinale», ossia del palazzo presidenziale, è divenuta tanto importante quanto delicata. Il Paese è in certo modo commissariato dalla Commissione europea, e Mario Draghi ne è il commissario. In effetti pesa anche di suo, e gode di vasto consenso popolare, ma non è questo che poi conta in sede internazionale. Non appena in Italia si è cominciato a parlare di eleggere Draghi alla presidenza della Repubblica, il che implicherebbe il venir meno del suo ruolo di presidente del Consiglio, ossia di capo del governo, dal Financial Times, da The Economist, e da altri autorevoli portavoce dei proverbiali padroni del vapore del mondo in cui viviamo, sono venuti messaggi di preoccupazione e anche di esplicito dissenso. A Bruxelles, ma anche altrove, si teme infatti che il passaggio di Draghi dal posto di capo del governo a quello di capo dello Stato metta a rischio l’impiego corretto ed efficace degli ingenti aiuti concessi all’Italia dalla Commissione Europea.

Per ora l’unico altro nome apertamente in campo è quello di Berlusconi, proposto dai partiti del centrodestra, cui il centrosinistra si oppone in modo esplicito e perentorio. Nel collegio dei grandi elettori è tuttavia il centrodestra ad avere la maggioranza e non il centrosinistra. Inoltre Matteo Renzi e i suoi non si sono ancora schierati. Quindi Berlusconi non è fuori gioco.

Per parte sua Draghi, dopo aver più volte fermamente detto di non aspirare alla presidenza della Repubblica, in questi ultimi tempi appare al riguardo assai meno riluttante. La via d’uscita dall’impasse potrebbe essere il suo passaggio alla presidenza della Repubblica accompagnato però dalla nomina a capo del governo di una specie di suo luogotenente. Questo ovviamente a condizione che a tale luogotenente fosse garantito il sostegno di una maggioranza stabile e non meno ampia di quella che adesso sostiene il governo Draghi.

Se si concretizzasse questa ipotesi il primo nome cui si può pensare è Daniele Franco, ministro dell’Economia e delle Finanze. Ignoto ai più malgrado la cruciale importanza del suo ministero, Daniele Franco, da gran tempo collaboratore di Draghi, è un tecnico stimato ma che di suo non ha alcun peso politico. In tal caso si configurerebbe, pur a Costituzione invariata, una specie di Repubblica presidenziale. Se così fosse diventerebbe possibile accontentare in un solo colpo sia l’opinione pubblica interna che vuole Draghi alla presidenza della Repubblica e sia quei potentati internazionali di cui più sopra si diceva.

I prossimi 13 e 14 gennaio sono rispettivamente in calendario riunioni tra i leader del centrosinistra e i leader del centrodestra da cui potrebbero uscire i nomi del candidato ufficiale di ciascuna delle due aree. Il condizionale è d’obbligo perché in entrambi i casi la questione non è poi molto liscia. Nel centrodestra a parole sono tutti per Berlusconi ma Salvini continua anche a guardarsi attorno, e nel centrosinistra i senatori del Movimento 5 Stelle hanno sottoscritto un appello a rieleggere Sergio Mattarella, incuranti del fatto che l’interessato abbia recisamente escluso tale ipotesi. La situazione insomma è ancora assai aperta.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Corriere del Ticino e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a Elezioni presidenziali: quel che bolle in pentola

  1. Roberto 22 ha detto:

    Al commissariamento ci siamo arrivati per demeriti nostri. Debito pubblico senza controllo (Tremonti ministro inconsistente). Dallo scoppio della crisi del debito sovrano (non dell’euro) l’Italia è commissariata. Il lombardo-padano Berlusconi oltre alla letterina d’intenti non ha saputo fare nulla! Alternative: Cottarelli e il congelamento della spesa o partito democratico e aumento delle tasse, con erosione del risparmio, alla faccia della costituzione che lo tutela!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.