Aborto, denatalità: la situazione mondiale

Sabato scorso ha avuto luogo a Seriate (Bergamo) la Giornata di Primavera 2022 dell’Associazione Nonni2.0, www.associazionenonniduepuntozero.eu,  cui aderisco. Avrei dovuto tenervi una relazione ma, non potendoci essere, ho preparato un testo scritto che è stato letto ai presenti. Ho pensato adesso di pubblicarlo qui ritenendo che possa interessare anche altri. Avverto che i lettori abituali di questo sito ci troveranno dentro anche cose che sono già loro note.

Associazione Nonni2.0

Giornata di primavera, Villa Ambiveri, Seriate (Bergamo), 8 maggio 2022

Robi Ronza

A proposito di aborto e di natalità

È in corso in sede internazionale una grande battaglia di principio che la stampa italiana ignora, quella pro o contro l’affermazione dell’aborto come diritto umano.  Da anni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che ha luogo in ottobre a New York, mozioni per l’affermazione dell’aborto come diritto umano vengono battute soprattutto dal voto contrario della maggior parte degli Stati dell’emisfero Sud.  

Si deve però considerare che, in sede di definizione di progetti di cooperazione allo sviluppo e per aiuti umanitari, ogni volta che in documenti dell’Onu si parla di “salute sessuale e riproduttiva” significa che è previsto anche il finanziamento dell’aborto. Questo su impulso innanzitutto della maggior parte dei Paesi europei e, quando il presidente è abortista come oggi accade, anche degli Stati Uniti.

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La battaglia per l’affermazione dell’aborto come diritto umano, che viene finora persa in sede Onu, l’anno scorso è stata vinta in sede di Parlamento Europeo. Lo scorso 24 giugno 2021 l’Europarlamento ha approvato con 378 voti favorevoli, 255 contrari e 42 astenuti un Rapporto, il cui primo firmatario era il socialdemocratico croato Predlag Fred Matic, ove si afferma tra l’altro che l’aborto è un diritto e che l’obiezione di coscienza al riguardo è una negazione di assistenza medica. Il Rapporto, un ampio documento, è una specie di Magna Carta antifamiliare, antinatalistica e LGBT.  

Si tratta di un documento di indirizzo, privo di efficacia immediata, tanto più che tocca questioni che sono di competenza non dell’Ue ma degli Stati membri, ma resta rappresentativo di come oggi in Europa la si pensa in materia. A favore del Rapporto hanno votato non solo i socialdemocratici in blocco ma anche deputati di altri raggruppamenti tra cui parecchi popolari. Ad esempio dei cinque eeurodeputati di Forza Italia solo due hanno votato contro. Gli altri o erano assenti come Berlusconi o si sono astenuti.

«Ce l’abbiamo fatta! Il Parlamento Ue ha approvato la mia relazione sulla salute sessuale e riproduttiva e sui diritti delle donne con 378 voti a favore», ha commentato Fred Matic: «alla fine abbiamo una posizione chiara: tutti in Europa devono avere accesso alla contraccezione, alla riproduzione medicalmente assistita, all’aborto e ad altri servizi sanitari!». Per il partito socialdemocratico in Europa il successo è netto, e quello dell’approvazione del Rapporto Matic è stato  «Un grande giorno per tutte le donne d’Europa! Siamo stati forti insieme, abbiamo combattuto e abbiamo vinto». E annunciano :«La nostra lotta continua!».

Se questa è la situazione in Europa le cose stanno molto diversamente negli Stati Uniti dove – anche qui nel silenzio della nostra stampa — la maggior parte della gente ritiene ormai che l’aborto sia un male e che non debba essere legale in ogni caso o salvo pochi casi (violenza, incesto, causa certa di morte per la gestante). Secondo un sondaggio del gennaio scorso anche il 52 per cento dei Millennials americani si dice contrario all’aborto; da quando il battito cardiaco può essere percepito in ogni caso, oppure salvo il caso in cui il concepimento sia frutto di una violenza o di incesto oppure quando la vita della madre è in pericolo. È questo l’esito di un sondaggio condotto dalla Vinea Research nella prima settimana di quel mese. L’anno scorso risultava invece che fosse il 47 per cento. Tra i più giovani insomma il no all’aborto sta crescendo ed è ormai il giudizio della maggioranza.

Si tenga poi conto che negli Usa l’aborto è, salvo limiti posti dagli Stati, consentito fino alla nascita (per cui di fatto finisce per saldarsi con l’infanticidio) a seguito non di una legge, ma per effetto di una sentenza della Corte Suprema che ha scavalcato la competenza che gli Stati hanno nella materia. La maggior parte di essi però conserva nella propria legislazione leggi che lo vietano e che quindi, se la Corte dovesse riformare quella sentenza, riprenderebbero il loro vigore. Ciò su cui attualmente la Corte Suprema sta discutendo non è tanto sull’aborto in sé, come dice il grosso della stampa italiana, ma se restituire agli Stati, e quindi agli elettori, la competenza di decidere in materia.

Non solo il Texas, di cui si è parlato anche da noi, ma anche altri Stati americani hanno di recente introdotto il battito cardiaco percepibile del feto come limite invalicabile per praticare l’aborto. In effetti il nascituro nella sua essenza c’è già tutto anche prima, ma l’idea di interrompere un battito cardiaco evidentemente colpisce, e si dimostra di aiuto sulla via della presa di coscienza della natura da subito umana del prodotto del concepimento.

Al di là di questo resta anche da considerare il fatto che il no all’aborto sta procedendo negli Stati Uniti malgrado che la comunicazione di massa che conta sia tutta schierata dalla parte opposta. Ciò dimostra come non sia vero che la gente comune oggi non è più comunque in grado di farsi delle idee anche in contrasto con quanto legge o sente sui giornali e alla televisione.

Diversamente da quanto vogliono farci credere, insomma, la questione dell’aborto non è affatto chiusa, ma anzi nel mondo l’opposizione alla sua pratica legale sta aumentando.

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Ovviamente c’è uno stretto nesso tra la cultura dell’aborto e quella della vita in generale, che qui ricordiamo senza avere il tempo di argomentarla.

 E lo stesso dicasi di quella cultura secondo la quale l’uomo – che essendo intelligente sfugge alla legge della selezione naturale — è perciò stesso una presenza disturbante sulla terra. Una presenza che lascia un’impronta, che insomma squilibra la naturale armonia che avrebbe la terra se fosse abitata solo da animali. C’è chi, in nome di questa concezione, ha teorizzato l’urgenza di un rewildering, un rinselvachimento. C’è un inglese, un collaboratore regolare del Guardian, che ha scritto un libro in cui si dice che in Europa l’uomo dovrebbe ritirarsi in piccoli numeri in aree circondate da una fascia di grandi orti biologici per il proprio sostentamento restituendo (!) il resto alle foreste, ai grandi carnivori e agli ungulati che ne sono la preda naturale.

Questa visione prende le mosse dall’idea che l’uomo stia consumando risorse terrestri che sono limitate e insostituibili. Un’idea che le grandi fondazioni americane cominciarono a diffondere fuori degli Stati Uniti negli anni ’60 del secolo scorso, mentre all’interno del Paese si sosteneva una forte politica di crescita demografica grazie alla quale gli Usa sono passati dai 200 milioni di abitanti che avevano nel 1970 ai 327 milioni che ne hanno adesso.

Un ruolo cruciale nella diffusione della paura della crescita demografica ebbe il Club di Roma fondato da Aurelio Peccei e Alexander King, così chiamato perché la sua prima riunione si svolse appunto a Roma, ma infine con sede a Winterthur (Svizzera).

Il Club conquistò l’attenzione internazionale con il suo Rapporto sui limiti dello sviluppo, meglio noto come Rapporto Meadows, pubblicato nel 1972, il quale prediceva che la crescita economica non potesse continuare indefinitamente a causa della limitata disponibilità di risorse naturali, specialmente petrolio, e della limitata capacità di assorbimento degli inquinanti da parte del pianeta..

Pubblicati negli anni della grande crisi petrolifera e dell’unica crisi dei mercati cerealicoli della seconda metà del secolo, i due rapporti realizzati dal MIT per il Club di Roma produssero immensa attenzione. Tuttavia l’essenza del messaggio, la previsione che dopo l’anno 2000 l’umanità si sarebbe scontrata con la rarefazione delle risorse naturali, non è poi stata confermata dai fatti.

Ciononostante l’idea che ne era derivata, che cioè si dovesse bloccare bruscamente la crescita demografica, anche a costo di andare verso società in cui i vecchi sarebbero stati sempre più numerosi dei giovani, divenne un po’ ovunque parte del buon senso comune.  E adesso che, nel mondo globalizzato in cui viviamo, non è più possibile sostenere in un continente un’idea contraria a quella che si sostiene in altri, questa convinzione si sta affermando anche negli Usa.

In realtà sia per noi che per tutta la Terra nel suo insieme, nella quale siamo l’unica presenza consapevole, la cosa più importante è che ci siamo. La cosa più importante è la presenza umana. C’è perciò qualcosa di tragicamente schizofrenico nel fatto che con la Cop26 di Glasgow dello scorso novembre 2021 l’Onu sia arrivata alla sua ventiseiesima Conferenza sul clima, convocata a soli sei anni dall’analogo incontro precedente, mentre la sua ultima Conferenza sulla Popolazione risale al 1994.

E questo nonostante che persino in un documento pubblicato nel luglio 2019 da un’agenzia dell’Onu, lo United Nations Population Fund, Unpra, si prendano le mosse dalla considerazione che mentre la stabilità demografica implica la nascita di circa 2,1 figli per donna oggi “circa metà della popolazione del mondo vive in un Paese con un. tasso di fertilità inferiore a tale livello”, e che “in molti Paesi dell’Asia orientale (Cina compresa. Ndr), del sud Europa e di parti dell’Europa centrale, orientale e sudorientale la fertilità è anche inferiore, tra 1,0 e 1,4”, con le famiglie in cui le donne sono persone  nate attorno alla metà degli anni ’70 ferme a 1,4-1,6 figli. A parte l’Africa sub-sahariana, tutto il mondo è oggi fermamente orientato verso il declino demografico. Entro il 2050 più di due terzi della popolazione mondiale si troverà a vivere in Paesi con un tasso di fertilità inferiore a 2,1 bambini per donna, ossia al di sotto del cosiddetto “livello di sostituzione”, ossia della natalità necessaria perché ci sia un nuovo nato per ogni persona che lascia la scena di questo mondo.

Il riconoscimento della gravità di questa situazione è tanto più rilevante se si considera che l’Unpra è una delle agenzie dell’Onu oggi più apertamente schierate a favore del controllo delle nascite ad ogni costo, e quindi della normalizzazione e della legalizzazione dell’aborto. Nel suo stesso sito ufficiale mentre indica una sola volta per esteso il proprio nome originario preferisce definirsi come “l’agenzia dell’Onu per la salute sessuale e riproduttiva”, espressione che, dicevamo, nel linguaggio delle Nazioni Unite ha un significato preciso. Implica cioè l’affermazione dell’aborto come una delle varie possibili forme di controllo delle nascite, che infatti l’Unpra tramite i suoi programmi tenta sempre di imporre in quella larga maggioranza dei Paesi del mondo in cui tuttora l’aborto volontario continua ad essere un reato. Il documento in questione è una «bozza di lavoro» (working paper), ossia ha ufficialmente un livello minimo, e un titolo molto dimesso «Bassa fertilità, una rassegna delle cause» (Low Fertility, a rewiew of determinants). Chissà mai che qualcuno in qualche ministero degli Esteri ciononostante se ne accorga e ne prenda spunto per avviare un’azione diplomatica volta al superamento di quella tragica schizofrenia di cui si diceva?

Adesso che la Conferenza sul clima si è comunque conclusa con il solenne buco nell’acqua che era prevedibile e inevitabile per almeno un paio d’anni dovrebbe esserci lo spazio sufficiente alla ribalta internazionale per porre il problema della crisi demografica. Sarebbe meglio non perdere l’occasione.

Sulla situazione italiana in particolare rimando a quanto più volte ha scritto il presidente dell’Istat, prof. Giancarlo Biangiardo.

In questo quadro come Associazione che cosa possiamo fare in proposito?

A mio avviso possiamo in primo luogo informarci e informare percorrendo sentieri informativi diversi da quelli dell’informazione corrente, come ho qui cercato di fare. Poi cercare di raggiungere le grandi arene dove si forma l’opinione comune.

Faccio qui l’esempio della nostra collaborazione con la Federazione delle Associazioni Familiari Cattoliche Europee, FAFCE, di cui altri potranno dire meglio di me, e dello siluppo di contatti con europarlamentari sensibili al tema della vita e della famiglia perchè oggi il Parlamento Europeo è in Europa ma non solo, un’arena principale di tale di dibattito.

8 maggio 2022

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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