Falcone e Borsellino

Riandando alla giornata di ieri, solenne commemorazione a Palermo del trentesimo anniversario dell’uccisione nel 1992 di Falcone e della moglie, poi di Borsellino, e degli agenti delle loro scorte, non si può non ritornare all’impasto di freddo cordoglio ufficiale, di manifestazioni retoriche e di parole ovvie che le Tv, e in particolare la RAI, ci hanno scodellato da mattina a sera.  Sarebbe interessante sapere da qualcuno di Palermo come sono davvero andate le cose, quale partecipazione popolare vi sta stata: dalle immagini televisive, pur attentamente ritagliate, a parte i ragazzi delle scuole, non sembrava che ce ne fosse molta.

Credo che a tutti, palermitani compresi, sarebbe interessata di più una commemorazione della morte dei due magistrati orientata a una rievocazione dei risultati del loro lavoro, a un’illustrazione dei suoi esiti, e all’eredità attuale dei loro metodi per quanto attiene alla lotta alle mafie. Invece per tutto il giorno ci hanno sostanzialmente detto che l’assassinio dei due magistrati prova quanto fosse importante ciò che stavano facendo, il che mi pare davvero una ben magra consolazione.

Durante le cerimonie di ieri a Palermo, Maria Falcone, sorella del magistrato ucciso, ha ricordato che Matteo Messina Denaro, attuale capo della mafia siciliana, è latitante dal 1994, ossia da 28 anni. Sarebbe interessante capire perché a trent’ anni dalla morte di Falcone e Borsellino la delinquenza organizzata è viva e vegeta, nonostante le nostre almeno cinque principali polizie e gli ingenti mezzi che lo Stato destina alla lotta contro di essa. E questo benché fino ad oggi sotto i colpi delle mafie sia caduti 14 magistrati (tra cui 11 siciliani) e in scontri diretti 171 rappresentanti delle forze dell’ordine.

24 maggio 2022

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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