Referendum. L’ovvio fallimento di un meccanismo da riformare

Con il fallimento dei referendum sulla giustizia per i quali si è votato ieri abbiamo pagato ancora una volta il prezzo del modo ristretto e reticente con cui questo istituto democratico venne introdotto nella nostra Costituzione.

Dai verbali dell’Assemblea costituente, che la elaborò e la approvò tra il 25 giugno 1946 e il 22 dicembre 2947, emerge chiaramente che era convinzione comune di tutti o quasi i suoi membri che il cittadino con il suo voto deleghi totalmente ed irrevocabilmente il proprio potere politico ai suoi rappresentanti eletti.

Nel quadro definito da tale idea, che deriva dalla Rivoluzione Francese, il referendum popolare può giustificarsi solo come eccezione. E infatti tali sono i due soli tipi di referendum previsti dalla nostra Carta costituzionale: quello confermativo di una modifica introdotta dal Parlamento nella Costituzione, sancito al suo articolo 138, e quello abrogativo del quale ieri, domenica 12 giugno, ci è stata data di nuovo l’occasione di fare, come vedremo, un uso distorto.

Ricordo qui per completezza il caso definito dall’art. 138 che non ci ha riguardato ieri. L’art. 138 stabilisce che “Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione.

Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi.

Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti  “. 

Il caso più recente di applicazione di questa norma risale al 2020 quando il popolo approvò la riduzione dei seggi parlamentari da 630 a 400 per quanto concerne i deputati e da 315 a 200  per quando concerne  i senatori elettivi. Per la validità di questo tipo di referendum non è richiesto alcun quorum, ossia alcun limite minimo del numero dei partecipanti al voto.

Quello che ci ha riguardato ieri è invece il referendum stabilito all’art. 75: “E` indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.”

È innanzitutto evidente la scarsa considerazione che gli autori di questa norma avevano per il senso di responsabilità del popolo, che viene comunque escluso dalla possibilità di votare su “leggi tributarie e di bilancio. di amnistia e di indulto. di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”.

Inoltre si stabilisce un quorum ossia un limite minimo di partecipazione al voto non raggiungendo il quale il referendum è invalido. È un limite, si badi bene, che c’è solo qui, e non per le elezioni del Parlamento, dei consiglieri regionali e di quelli comunali. Se si reca alle urne una minoranza di elettori è comunque valida l’elezione di deputati, consiglieri regionali e comunali, mentre non è valido l’esito di un referendum abrogativo. E perché mai?

Non a caso il limite del quorum nei referendum non si trova in Paesi che subiscono meno l’influsso della cultura politica comparsa in scena con la Rivoluzione Francese, come è tipicamente il caso della Svizzera e dei suoi Cantoni. Qui c’è idea che il cittadino delega ai propri rappresentanti il potere politico ma può ritirare tale sua delega quando vuole. Quindi in ogni momento e su qualsiasi materia si può indire un referendum che può essere anche propositivo e in genere lo è. 

Non è necessario, come da noi dove il referendum dovrebbe essere soltanto abrogativo, farne l’uso distorto che consiste nel costruire una legge diversa da quella in vigore con la cancellazione anche di singole parole e segni di interpunzione.

Soprattutto poi non esiste per i referendum alcun quorum. Come nelle elezioni dei rappresentanti si parte dall’idea che chi sceglie di non votare si affida alle decisioni di coloro che invece votano.

A mio avviso dunque sarebbe oggi matura una riforma costituzionale che introducesse nel nostro ordinamento il referendum istitutivo e che togliesse il quorum  nonché tutti i limiti di materia che al riguardo si ritrovano nell’attuale art.75

13  giugno 2022.

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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8 risposte a Referendum. L’ovvio fallimento di un meccanismo da riformare

  1. Fortunato Pezzimenti ha detto:

    Don Marco Pozza (cappellano al carcere “Due Palazzi”) e conosciutissimo nei mass media, ha così salutato su Facebook il “matrimonio” di Alberto Matano con Riccardo Mannino:”Un grande abbraccio(e una preghiera) per il mio amico Alberto Matano nel giorno del suo matrimonio. Che la vita vi sorrida! E grazie per la splendida intervista (la trovate nel primo commento). Dalla tua signorilità e garbatezza il mio animo ne esce sempre arricchito e incoraggiato”. Cosa ne pensi? Distinti saluti – Fortunato Pezzimenti, Cologno Monzese.

  2. Cesare Chiericati ha detto:

    C’ un errore di stampa nelle prime righe del testo: 2947 invece di 1947

    Cesare

  3. Bocian ha detto:

    Togliere il quorum dai referendum?
    Può essere un’idea, ma non so quanto sarebbe sensata. Credo che i costituenti abbiano previsto tale “espediente” per evitare che un’esigua minoranza potesse imporre legislativamente i suoi desiderata a una maggioranza – diciamo così – “distratta”, o comunque per far sì che l’istituto dei referendum non venisse svilito ad ogni piè sospinto (mi pare di ricordare che una volta i radicali, noti maneggiatori dello strumento referendario, ne proposero 15).
    Caro Dott. Ronza, anche l’astensione in tal senso può essere uno strumento decisorio, soprattutto quando la sproporzione dei mezzi di comunicazione è palese. Credo che anche lei si ricordi di un certo referendum il cui fallimento fu salutato con sollievo persino dalle gerarchie cattoliche, e – sul versante opposto – un altro fallimento fu salutato con gioia dalla sinistra antiberlusconiana.
    Per tornare alla sproporzione, è comunque evidente quanto il servizio pubblico (e anche quello privato) abbiano silenziato il dibattito sul tema: basta fare il paragone tra il numero di ore e dibattiti destinati ai quesiti di oggi con quelli delle ultime tornate. Praticamente non se n’è parlato se non proprio in prossimità del voto, lasciando gli elettori in preda a una sostanziale ignoranza sui temi dei quesiti.
    C’è da aggiungere, però, un altro problema, a mio avviso ben più grave.
    E’ la sfiducia dei cittadini. A parte il fatto che sempre più persone si chiedono perché le leggi non le facciano i parlamentari (e su questo si potrebbe discutere), visto che sono pagati per questo, a molti di più è venuta meno la voglia di votare, dopo che hanno visto certi referendum aver vinto con percentuali bulgare (guarda caso, si trattava della responsabilità civile dei magistrati) e poi successivamente essere stati sgonfiati (uso un eufemismo) in parlamento. L’idea (pericolosa) è che ormai votare non serva a nulla. Non è un caso se anche per le elezioni amministrative la percentuale di votanti è miserrima, per una paese che voglia definirsi civile.
    Distinti Saluti

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