Di Maio: che cosa cambia e che cosa cambierà

L’Italia e il rimescolamento a sinistra, Corriere del  Ticino*, 30 giugno 2022

Il nuovo partito (finora 50 deputati e 10 senatori) Insieme per il Futuro, nato lo scorso 21 giugno nel Parlamento italiano a seguito dell’uscita di Luigi Di Maio dal Movimento 5 Stelle, resta nella maggioranza di governo.  E Di Maio resta ministro degli Esteri.

Se le cose rimangono così, come d’altronde appare probabile, il governo Draghi continuerà fino al termine dell’attuale legislatura, ossia fino alla sua naturale scadenza nel marzo 2023: un fatto non scontato se si tiene conto che otto delle diciassette delle finora trascorse legislature della Repubblica Italiana si sono concluse anticipatamente. D’altra parte Mario Draghi è un presidente del Consiglio per così dire concordato con l’Unione Europea. Su di lui e su ciò che fa i partiti non hanno evidentemente l’ultima parola.  Stando così le cose, il partito di Di Maio altro non è che un’ulteriore articolazione di una maggioranza tenuta insieme dagli impegni presi con Bruxelles.

Il casus belli scelto da Di Maio per motivare la rottura sua e dei suoi con il Movimento 5 Stelle è stato la resistenza che il Movimento aveva opposto alla volontà del governo Draghi di fornire di nuovo all’Ucraina aiuti militari.  Tale resistenza è stata da lui denunciata come incompatibile con la collocazione euro-atlantica dell’Italia e come una mancanza di sensibilità verso la condizione di Paese invaso dell’Ucraina. Ciò detto ha poi affermato che la nuova formazione intende dare rappresentanza  alla domanda di innovazione che sale “dai territori” e che trova i suoi interpreti in tanti sindaci.

Se dunque la nascita del nuovo partito muterà di ben poco il quadro politico attuale lo stesso non si può di certo dire per quanto concerne quel che accadrà quando, nella primavera del 2023 in Italia si andrà a votare per il rinnovo del Parlamento. In sostanza Di Maio ha posto se stesso e il suo nuovo partito quale possibile perno di un “centro progressista” in alternativa al PD  di Enrico Letta, e in tale spirito ha teso innanzitutto la mano al sindaco di Milano, Beppe Sala. Questi gli ha dato in effetti una risposta interlocutoria dicendo che per il momento intende continuare a fare il sindaco, ma senza escludere nulla per il futuro purché il suo “centro progressista”. sia un centrosinistra.  E in effetti sarà così, come si vede dal fatto che in sede di Parlamento Europeo il nuovo partito di Di Maio intende schierarsi con Renzi e con Calenda, il che costituisce fra l’altro una risposta alla frase di Sala che, dopo aver detto di stimare Di Maio, ha aggiunto che “però anche lui deve stare da una parte o dall’altra”.

In un lungo post sui suoi profili social, Beppe Sala a proposito di chi lo vede come possibile esponente di un nuovo centro formato da Luigi Di Maio, con Dario Nardella, sindaco di Firenze  e con l’ex sindaco di Parma Pizzarotti, ha scritto: “Personalmente penso che i centristi per governare dovrebbero comunque stare con altri, da una parte o dall’altra. Per quanto mi riguarda non potrei stare con la destra”. E lo ha ribadito in occasione di un comizio a Verona in appoggio del candidato sindaco di centrosinistra, uscito poi vincitore dal voto di ballottaggio di domenica scorsa.

In realtà l’auspicio di Sala ha molte probabilità di realizzarsi, tenuto conto della posizione di Di Maio e dei suoi amici nonché delle personalità e dei gruppi politici che guardano alla sua iniziativa con maggior interesse. Sono tutti gruppi che, al di là di varie differenze, hanno in comune una stessa prospettiva dirigista e statalista in economia che s’intreccia con un’altrettanto forte sottolineatura dell’assoluto diritto all’autodeterminazione del singolo individuo nelle questioni etiche.  Nell’area di centrosinistra i piccoli partiti nati per esodo dal PD fra l’altro mal sopportano la sua egemonia su quello che Letta chiama il “campo largo”, e quindi bene vedrebbero il formarsi di un polo ad esso alternativo. Ciò costituirebbe in certo modo la fine di quel che resta della Prima Repubblica.

Si prospetta insomma nell’area di centrosinistra in Italia un rimescolamento non meno rilevante di quello che si sta delineando nell’area di centrodestra. Se tutto questo accadrà dalle votazioni per il rinnovo del Parlamento del 2023 il quadro politico italiano uscirà del tutto cambiato.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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