Italia: la saga dell’energia nucleare

L’Italia e il caso del nucleare, Corriere del Ticino*, 19 novembre 2022

L’Italia è l’unico tra i Paesi più sviluppati nel mondo a non produrre energia elettronucleare sul proprio territorio. Aveva quattro centrali elettronucleari quando nel 1990 le chiuse o non terminò di costruirle in seguito all’esito di tre referendum popolari indetti nel 1987 sull’onda delle emozioni suscitate nel 1986 dall’incidente di Černobyl’.
Vennero chiuse le tre centrali allora in funzione rispettivamente a Trino Vercellese in Piemonte, Caorso in Emilia-Romagna e Latina nel Lazio, che producevano il 3-4 per cento dell’energia elettrica all’epoca consumata in Italia; una quarta in costruzione a Montalto di Castro, pure nel Lazio, venne trasformata in una centrale policombustibile (gas, petrolio, carbone).

Sorprendentemente non entrò nel dibattito il fatto che in Europa sono in funzione circa 130 centrali elettronucleari di cui 58 nella vicina Francia delle quali l’Italia non si può disfare; e che, nella misura in cui sussiste, il rischio di incidenti delle centrali elettronucleari francesi situate a relativamente breve distanza dalle regioni del Nordovest italiano, delle centrali svizzere e della centrale slovena incombe già sull’alta Italia assai di più di quanto incomberebbe quello di centrali situate ad esempio nel sud della penisola oppure in Sicilia.  In un continente come l’Europa, caratterizzato da un fitto tessuto di Stati relativamente poco estesi, porre la questione della sicurezza nucleare a livello statale è una sciocchezza. Fatto sta che si interruppe così una produzione che nel 1966 aveva visto l’Italia al terzo posto nel mondo dopo Stati Uniti ed Inghilterra.

L’Italia è inoltre priva di un deposito permanente di scorie radioattive che tuttavia ha largamente prodotto fino al 1987 e che per il 98 per cento sono per il loro trattamento in Francia e in Inghilterra da cui torneranno nel 2025 per essere depositate non si sa ancora dove. Nel 2003 una vecchia miniera esaurita nel territorio di Scanzano Jonico in Basilicata era stata scelta come deposito nazionale sotterraneo di scorie radioattive (della capacità di 60 mila metri cubi), ma poi le proteste della gente del posto indussero il governo a fare marcia indietro. Attualmente ci sono poi in Italia circa 28 mila metri cubi di rifiuti radioattivi immagazzinati in oltre 20 siti diversi. I 1727 metri cubi di quelli di maggiore radioattività sono a Saluggia in Piemonte. Il deposito delle scorie che sono in Francia e in Inghilterra costa allo Stato italiano circa 60 milioni di euro all’anno cui si aggiungono da a uno a quattro milioni di euro spesi per ciascuno dei siti dove in Italia sono custodite altre scorie radioattive, tra cui quelle che continuano ad essere prodotte dagli ospedali.

Uno dei tre referendum approvati nel 1987 con l’80 per cento dei voti impediva all’Enel, l’ente elettrico nazionale, di costruire e di avere quote di proprietà di centrali elettronucleari all’estero. Questa norma è venuta meno a seguito di una legge votata nel 2004. L’Enel ha così potuto acquistare nel 2005 il 66 per cento  della Slovenské Elektrárne a.s., massima produttrice di elettricità della Slovacchia e seconda dell’Europa centro-orientale con i suoi oltre 7000 MW di potenza installata,   Sempre nel 2005, inoltre, Enel  ha sottoscritto un accordo con Électricité de France per partecipare allo sviluppo del nucleare di terza generazione avanzata, con un investimento preventivato di 375 milioni di euro (pari al 12,5% della spesa totale) per la costruzione di un nuovo reattore da 1650 MW di potenza elettrica lorda nella centrale di Flamanville in Normandia.  Se a questo si aggiungono le quantità di energia elettronucleare che l’Italia acquista dalla Svizzera e dalla Slovenia si può concludere che l’esito dei referendum del 1987 viene di fatto largamente aggirato.

Tra il 2008 e il 2011, per iniziativa di un governo Berlusconi, si tenta di riavviare la produzione di energia elettronucleare. Sopraggiunge però l’incidente di Fukushima (11 marzo 2011) e referendum  convocati successivamente vedono il 94 per cento dei votanti esprimersi a favore della chiusura del nuovo programma nucleare italiano. Adesso, con la guerra in Ucraina e le sue conseguenze sul mercato dell’energia, dai sondaggi risulta che il 51 per cento degli italiani è favorevole al ritorno all’energia nucleare, tanto più considerando la raggiunta capacità di costruire reattori nucleari “puliti”. Nel corso delle recenti votazioni per il rinnovo del Parlamento la coalizione di centrodestra, poi risultata vittoriosa, si è detta disponibile al riguardo, Azione – Italia Viva di Carlo Calenda e Matteo Renzi si è schierata apertamente a favore mentre la coalizione di centrosinistra e il Movimento 5 Stelle si sono altrettanto apertamente schierati contro. Frattanto sono di nuovo in funzione quattro reattori di ricerca, due a Roma, uno a Pavia e uno a Palermo.

*quotidiano della Scizzera Italiana

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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