Fatti e idee del Novecento uno sguardo d’insieme

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Non a caso il naufragio del Titanic – il grande transatlantico inglese inabissatosi nel 1912 al largo delle coste americane con la maggior parte dei suoi sventurati passeggeri – continua anche oggi a colpire la fantasia. Giustamente in tale episodio molti vedono un simbolo esemplare dell’orgogliosa fiducia in se stesso dell’uomo del ’900, e dei grandi progressi da un lato ma anche delle grandi catastrofi dall’altro che ne sono derivate. Nei primi anni del secolo i progressi tecnici sono imponenti, ma ancora discontinui. Così può accadere che una grande nave come il Titanic corra nella notte potendo contare soltanto su una vigilanza delle acque circostanti che consiste di uomini di vedetta sulle coffe muniti di semplici binocoli. Inoltre, se il nuovissimo transatlantico dispone già di una stazione radio, molte altre navi ne sono ancora prive; e tra queste alcune di quelle che, navigando non lontano, avrebbero potuto correre in aiuto dei suoi naufraghi. Ciononostante i costruttori della nave erano così certi della sua invulnerabilità da non averla dotata di un numero di scialuppe sufficiente ad accogliere tutte le persone che poteva imbarcare.

Il ’900 sarà appunto come il Titanic: un misto di grande sviluppo tecnico e grandi arretratezze, di grande orgoglio e grande irresponsabilità. Il secolo inizia solo per pochi come una “Belle Epoque”. Anche nei pochi Paesi ove l’industrializzazione è un fenomeno rilevante (ossia l’Inghilterra, la Francia, la Germania, e in certa misura i Paesi Bassi e il Belgio) la vita della stragrande maggioranza della popolazione, composta di contadini e di operai, trascorre in condizioni molto dure, che oggi ci sembrerebbero insopportabili. I salari consentono, e non sempre, il solo soddisfacimento di bisogni essenziali; gli orari di lavoro sono molto lunghi; le ferie pagate sono privilegio di poche categorie di lavoratori; le assicurazioni sociali sono di là da venire; la disoccupazione, totalmente priva degli “ammortizzatori” cui oggi siamo abituati, diventa spesso l’anticamera della mendicità.

Di qui la nascita, per iniziativa soprattutto della Chiesa e rispettivamente dei partiti socialisti, di Società operaie di Mutuo Soccorso, di Casse rurali e altri organismi volti a promuovere in modo auto-organizzato quella che più tardi sarebbe stata chiamata solidarietà sociale. Dalla metà del primo decennio in avanti tutta l’Europa cominciò a prepararsi alla guerra. Il varo di una nuova corazzata è una festa nazionale, lo studio di un nuovo e più potente cannone fa notizia quasi come oggi l’entrata nel mercato di una nuova automobile. Non essendo ancora cominciata l’era della motorizzazione di massa, il maggior consumatore di ferro e di acciaio non è l’industria dell’automobile bensì quella degli armamenti. Perciò ovviamente l’industria metallurgica è sempre pronta a finanziare uomini politici e giornali favorevoli al riarmo e ad avventure belliche. Ciò tuttavia non basta a spiegare l’inclinazione a giudicare positivamente la guerra che in quegli anni dilaga soprattutto nei nuovi ceti medi: all’influenza degli interessi dell’industria si aggiungono delle marcate tendenze culturali.

“..Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il genio distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore…”, si legge nel manifesto programmatico – pubblicato con grande successo a Parigi nel 1909 – del futurismo, il movimento culturale e artistico fondato dall’italiano Filippo Marinetti (1876-1944). Analoga l’esaltazione della guerra nell’opera di Gabriele d’Annunzio (1863-1938), il più celebre scrittore e poeta italiano di questi tempi. Con i suoi scritti e i suoi discorsi D’Annunzio darà un contributo decisivo nel 1915 alla campagna “interventista”, a favore cioè dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco delle potenze dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna ecc.) e contro l’Austria-Ungheria, la Germania e gli altri cosiddetti Imperi Centrali.

In altri tempi i proclami di D’Annnunzio sarebbero stati respinti come appelli irresponsabili. Nell’Italia dei primi anni Venti invece molte delle idee, che avevano trovato espressione nel manifesto del futurismo, erano divenute mentalità comune. In particolare nei ceti medi, e in primo luogo nel vasto e influente mondo degli insegnanti, predominava un’idea astratta della realtà della guerra; e tanto più di ciò che può essere una guerra condotta facendo uso di armi il cui effetto micidiale è stato moltiplicato dalle tecniche moderne.

I conflitti coloniali, come ad esempio la guerra italo-libica del 1911-’12, avendo luogo oltremare e contro popolazioni non-europee relativamente inermi, non bastano a fare giustizia di quei luoghi comuni letterari cui sia il futurismo che il dannunzianesimo danno d’altronde voce in modo molto elegante e suggestivo. Come i passeggeri del Titanic anche le nazioni europee navigano verso il baratro al suono di un’orchestra che allegramente esegue musiche da ballo.

Dall’alba del secolo alla Seconda guerra mondiale

In tutti i Paesi, che già nel secolo XIX erano giunti alla fase dell’industrializzazione (ossia la Gran Bretagna, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti), gli ultimi anni dell’800 segnano l’inizio di una fase di forte crescita economica la quale durerà sino allo scoppio nel 1914 della Prima guerra mondiale. La domanda di beni industriali da parte del resto del mondo, e in particolare da parte del resto d’Europa e di alcuni Paesi dell’America Latina e dell’Estremo Oriente, combinandosi con la massiccia domanda di materie prime dalle maggiori potenze industriali, provoca un grande sviluppo del commercio internazionale. Altri Paesi europei seguono sia pure a distanza sulla via dell’industrializzazione: tra questi l’Italia.

Su questo stato di cose la Prima guerra mondiale cadde come una colossale mazzata. L’esperienza dimostrerà tragicamente che con l’industrializzazione anche la guerra era divenuta un processo industriale, caratterizzato da una grande efficacia e insieme da un grande impiego di risorse, messi

però al servizio non della produzione ma della distruzione. Salvo gli Stati Uniti, entrati nel conflitto soltanto nel 1916 e comunque senza che il loro territorio vi fosse direttamente coinvolto, tutte le altre potenze, sia vincitrici che vinte, nel 1918 giungono alla pace con l’economia a pezzi e con grossi debiti con Washington, si trattasse come nel primo caso di debiti per forniture di armi e materiali acquistati durante il conflitto oppure, come nel secondo caso, di “riparazioni di guerra”. Sotto il peso di questi debiti, e dovendo fare i conti con una crescita delle barriere doganali da parte di quasi tutti gli Stati, l’economia internazionale non si riprese.

I vent’anni tra le due Guerre mondiali furono perciò un periodo di ristagno e di recessione più o meno stabili. Anche qui la situazione non si spiega soltanto con i dati di fatto ma anche con l’incidenza di fattori culturali, tra cui in primo luogo la mentalità nazionalistica a causa della quale, proprio mentre l’economia diventava sempre più un fenomeno planetario, i vari Stati tendevano a chiudersi in se stessi e a puntare a soluzioni nazionali di problemi in effetti internazionali, ovviamente con esiti fallimentari. Il primo dopoguerra del secolo XX porta con sé anche una grave crisi della democrazia nell’Europa centro-occidentale, di cui il nazismo di Hitler sarà l’espressione più nefasta. Frattanto nella Russia divenuta Unione Sovietica, URSS, le speranze di riscatto che sono all’origine della Rivoluzione naufragano ben presto nella “dittatura del proletariato” di Lenin e di Stalin, il più duro e cruento regime autoritario di tutta la storia moderna, se non di tutta la storia in genere. Lenin, Stalin, Hitler, Mussolini, Franco, e tutti i loro rispettivi imitatori non sono però dei fulmini a ciel sereno, bensì il prodotto di una lunga catena di errori, di inadempienze e di irresponsabilità sia della cultura sia della politica europee. Basterebbe ricordare il pangermanesimo di Johann G. Fichte, la dottrina sulle anomalie somatiche di Cesare Lombroso, il contributo del pensiero di Friedrich Nietzsche a sostegno di guerre e totalitarismi, il movimento eugenetico che – nato e diffusosi all’inizio del secolo nei Paesi anglosassoni – trovò piena applicazione politica nel nazismo tedesco.

La scienza e la tecnica cambiano la vita,
ma lo spirito non sta al passo

Se sul piano della convivenza civile e delle relazioni internazionali i primi quarant’anni del secolo XX sono ricchi più di ombre che di luci, ben diverso è il quadro per quanto concerne i progressi della scienza e della tecnica, e il loro impatto sulla vita quotidiana. Per secoli, pur corrispondendo al desiderio profondamente umano di conoscere il cosmo e di comprenderne il funzionamento, la scienza aveva avuto uno scarsissimo influsso sulla tecnica, e quindi appunto sulla realtà di ogni giorno.

Continuando lungo un cammino che era già iniziato nel secolo precedente, nei primi decenni del ‘900 la scienza e la tecnica finalmente s’incontrano producendo risultati pratici di enorme importanza. Il moltiplicarsi delle macchine, lo sviluppo dei motori e della telecomunicazione cambiano la vita e il lavoro di ogni giorno più in fretta e più a fondo di quanto fosse accaduto in tutta la precedente storia umana.

Si consideri ad esempio il caso della velocità: dall’inizio della storia l’uomo si era mosso sulla terra al ritmo del suo passo e poi di quello degli animali da sella e da soma, ossia una velocità media sulla lunga distanza variabile tra i 3,5 e i 5 chilometri all’ora; sull’acqua a velocità al massimo circa cinque volte superiori, ma in modo irregolare a causa della discontinuità dei venti, mentre l’aria gli era preclusa.

Nel 1829 George Stephenson aveva sperimentato con successo in Gran Bretagna una locomotiva a vapore, chiamata “The Rocket” (= Il Razzo), in grado di trainare un piccolo convoglio di vagoni passeggeri a quasi cinquanta chilometri all’ora; quasi un secolo dopo, nel 1939, le auto raggiungevano ormai abbastanza agevolmente i cento all’ora. In mare, dalla vela al motore la velocità non aumentò nella stessa misura, ma non dipese più dal vento; e soprattutto aumentò in modo enorme la dimensione delle navi. È però la conquista dell’aria a segnare in modo straordinario i primi quattro decenni del secolo appena trascorso. Il primo volo umano su un apparecchio a motore più pesante dell’aria viene compiuto con successo negli Stati Uniti dai fratelli Orville e Wilbur Wright nel 1903 e dura circa 40 metri. Trent’anni dopo un’intera squadriglia di idrovolanti comandata da Italo Balbo vola dall’Italia agli Stati Uniti alla velocità di crociera di 235 chilometri all’ora, e poco dopo, nel 1934, Francesco Agello batte il primato mondiale di velocità volando fino alla velocità massima di 709,2 chilometri all’ora. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale i primi servizi aerei di linea per trasporto di passeggeri sono già una realtà. Il primo satellite artificiale, lo Sputnik, viene messo in orbita attorno alla terra dall’Unione Sovietica nel 1957, e nel 1969 il primo uomo (l’astronauta americano Neil Armstrong) sbarca sulla luna.

Nel campo della manifattura al grandissimo aumento di produttività generato dalla meccanica si aggiunge un altro fatto di rilievo epocale: la chimica crea nuovi materiali. Dall’epoca preistorica dell’homo faber l’uomo aveva sempre usato e manipolato materiali talvolta subito disponibili e talvolta invece estratti dalle viscere della terra, ma sempre naturali.

Dai primi del ‘900 in avanti compaiono invece sul mercato nuove “materie prime” artificiali, dette sintetiche (perché frutto di sintesi chimiche, ovvero fusioni di elementi non esistenti in natura bensì create chimicamente dall’uomo).

La prima materia plastica, la bachelite, viene creata nel 1907. Metalli e altri prodotti rari e costosi possono così venire sostituiti dai nuovi materiali chimici, meno costosi e di molto più facile approvvigionamento. Più tardi, verso la fine del secolo, ci si volgerà a perfezionare e modificare le materie naturali, e ciò provocherà o il minor uso o la scomparsa di alcune materie sintetiche.

Negli anni 1900-1939, tuttavia, questi materiali danno un contributo decisivo alla crescita del benessere e alla diffusione di massa di oggetti che prima erano riservati a pochi. D’altra parte la plastica – un materiale facilmente plasmabile e colorabile prodotto per sintesi a partire dal petrolio – non uscirà di scena, ma anzi nella seconda metà del secolo diventerà una presenza indispensabile e ineliminabile nelle case, nei mezzi di trasporto, sui luoghi di lavoro e di vacanza.

Come nel campo dei trasporti con la ferrovia, così nel campo della telecomunicazione con il telegrafo il secolo XIX fece da battistrada al secolo XX. Anche in questo caso però è la conquista dell’aria che fa la differenza. Con il primo collegamento radio a grande distanza – da un riva all’altra dell’Atlantico tra Poldhu in Cornovaglia (Gran Bretagna) e San Giovanni a Terranova (oggi Canada) – nel 1901 Guglielmo Marconi apre definitivamente la strada del “telegrafo senza fili”, che nel 1895 aveva sperimentato per la prima volta con radio trasmissioni a corta distanza dalla villa paterna di Pontecchio (Bologna). Segue di lì a poco l’inaugurazione del collegamento radiotelegrafico regolare tra Europa e America. In meno di dieci anni si passa dai primi esperimenti all’applicazione pratica di un’invenzione inimmaginabile fino a poco tempo prima. Negli anni Trenta la trasmissione radio, divenuta ben presto non solo radiotelegrafica ma pure radiofonica, anche grazie al parallelo sviluppo di radioriceventi di uso domestico a costi relativamente bassi determina la nascita e la rapidissima crescita di un mezzo di comunicazione di massa di un’efficacia e una diffusione mai prima sperimentate nella storia. La radiofonia nasce nel 1906, e i primi programmi radiofonici rivolti a un pubblico di radioabbonati vanno in onda negli Stati Uniti nel 1920. Quindici anni più tardi è già pronta la televisione (la BBC inaugura nel 1936 i suoi programmi televisivi rivolti al pubblico). Frenata dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, che induce a concentrare la ricerca sullo sviluppo dei radar, la Tv diventerà di uso comune soltanto a partire dalla fine degli anni Quaranta, dapprima negli Stati Uniti e poi altrove.

Senza precedenti fu anche nel periodo 1900-1939 il progresso della medicina, il che condusse in tutto il mondo a una notevole diminuzione del tasso di mortalità. Wilhelm Röntgen scopre i raggi X, ricevendo per questo il premio Nobel nel 1901; seguono l’invenzione dell’elettrocardiogramma e dell’elettroencefalogramma e di altri strumenti che rendono sempre più efficaci le diagnosi. La causa di tutte le malattie allora conosciute viene accertata entro la fine degli anni Trenta.

Nel 1921 viene scoperta l’insulina, decisiva per la cura del diabete. Lo scozzese Alexander Fleming scopre la penicillina nel 1928, anche se soltanto dieci anni dopo si trova il modo di produrla in modo da poterla usare come normale farmaco; scoppiata la guerra, il primo antibiotico, divenuto prezioso per la cura dei feriti in combattimento, resta in pratica appannaggio esclusivo degli Alleati fino al 1945. Frattanto nel 1935 il tedesco Gerhard Domagk aveva scoperto i sulfamidici che, diffusisi rapidamente, precedettero gli antibiotici in quanto nuovo efficace rimedio a una vasta gamma di infezioni e infiammazioni che fino ad allora avevano mietuto un gran numero di vite umane.

Se l’entità dei progressi tecnico-scientifici dei primi quarant’anni del secolo XX viene raffrontata con l’entità delle tragedie umane che segnano lo stesso periodo – dai massacri della Prima guerra mondiale al nazismo e allo stalinismo – non ci si può non domandare quali siano le ragioni di un tragico squilibrio che peraltro avrebbe raggiunto ulteriori vertici negativi durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Alla ricerca di risposte non ci si può allora che volgere alle arti e alle scienze umane, che per natura loro scandagliano ed esprimono le profondità dell’animo dell’uomo.

Nei medesimi anni in cui i grandi progressi della scienza e della tecnica inebriano le classi dirigenti e in genere tutta la borghesia occidentale, con il cubismo, il movimento fondato in Francia nel 1906-7 da Pablo Picasso e da Georges Braque, e poi con l’astrattismo, prima esce di scena la figura umana e poi la raffigurazione della realtà in genere. Con forme astratte e con colori il pittore esprime dei suoi stati d’animo. Nell’immediato ciò viene visto come una liberazione delle energie creative dell’artista da ogni costrizione, ma a lungo andare i risultati di tale presunta liberazione si riveleranno modestissimi. Nessun maestro dell’epoca della libertà dall’obbligo della raffigurazione e dai vincoli dell’opera su commissione è mai riuscito a realizzare, seppur nel linguaggio del tempo, qualcosa di paragonabile, ad esempio, alla Cappella Sistina di Michelangelo, un’opera compiuta appunto su commissione e dovendo tener conto di un gran numero di vincoli. Al di là delle tante affermazioni programmatiche che l’accompagnano, l’arte del ‘900 diventa soprattutto una testimonianza di grande disagio oppure di estraneazione dalla vita di ogni giorno.

Sensibilissimo “sismografo” dei sommovimenti anche remoti e profondi dello spirito, l’artista autentico è profeta, spesso inconsapevole, del bene e del male che il futuro riserva agli uomini. Così nei primi anni del secolo XX al diffuso e orgoglioso ottimismo delle classi dirigenti fanno riscontro le angosce, le cupe malinconie e gli oscuri presagi di quasi tutti i maggiori artisti e di molti scrittori. Ai loro occhi la realtà diventa sempre più un caos indescrivibile, pericoloso e anche orrido.

Trionfo e crisi della borghesia

Nato in Germania negli stessi anni in cui in Francia nasceva il cubismo e poi, articolatosi in varie correnti tra il 1910 e il 1924, l’espressionismo – con la sua visione aggressiva e deformante della realtà – è la drammatica denuncia della situazione che poi sfocerà nella salita al potere di Hitler con tutto quello che ne deriverà. Dell’espressionismo vengano peraltro considerati grandi precursori due grandi maestri della pittura del secolo XIX, il franco-olandese Vincent Van Gogh, nei cui ritratti e paesaggi s’avverte quasi sempre il segno di tensioni pronte ad esplodere, e il norvegese Edvard Munch, il cui celebre quadro “L’urlo”, dipinto nel 1893, pare preannunciare tutti gli orrori del secolo XX. D’altro canto anche le piazze e le torri “metafisiche” di Giorgio De Chirico sono in effetti nient’affatto metafisiche, ma semplicemente oniriche. E il surrealismo, un altro importante movimento artistico e culturale sviluppatosi in Francia dal 1910 in poi, afferma di voler superare la scissione tra realtà e mondo onirico (= dei sogni) ma poi, non riuscendo nell’impresa, si ferma al sogno.

Segnali non meno contrastanti vengono dalla letteratura. Nel 1901, nel pieno della Belle Epoque e mentre la cultura borghese è al suo culmine, il grande scrittore tedesco Thomas Mann pubblica I Buddenbrook, storia della decadenza di una famiglia dell’alta borghesia mercantile di Lubecca, e nel medesimo tempo grande affresco del crepuscolo della borghesia europea in genere. Anche nelle sue successive opere (particolarmente significativo in proposito è il romanzo La montagna incantata, pubblicato nel 1924) Thomas Mann, premio Nobel per la Letteratura 1929, avrà come tema predominante la crisi culturale e morale dell’Europa del suo tempo.

Subito dopo la fine della Prima guerra mondiale, un altro autore tedesco, il filosofo della storia Oswald Spengler, pubblica Il tramonto dell’Occidente, un libro che ha uno straordinario successo e che influisce enormemente sulla cultura comune di quegli anni. Dando una lettura fatalistica della storia – in cui a suo avviso le varie civiltà nascono, crescono e muoiono quasi fossero degli esseri viventi – Spengler giunge a preconizzare la rovina imminente e inevitabile della civiltà occidentale. La decadenza della borghesia è il tema dominante anche dell’italiano Alberto Moravia, che nel 1929 giunge alla notorietà con Gli indifferenti, ritratto di un mondo borghese ormai senza speranze né futuro. Nel campo della filosofia, che allora più di oggi influiva sulla mentalità comune, pur mentre si affermano scuole di pensiero di vario orientamento, trovano più di tutte seguito quelle che esaltano l’io svalutando tutto il resto (“L’inferno sono gli altri”, giungerà ad affermare il celebre filosofo esistenzialista Jean-Paul Sartre). E si potrebbero citare pure molti altri esempi.

Naturalmente le radici di una crisi di questa ampiezza non sono né brevi né semplici. Nel campo decisivo del pensiero e di quelle che oggi si chiamano scienze umane, la “malattia” del secolo XX è in larga misura un frutto delle illusioni e delle “verità impazzite” dell’Ottocento. È al lato oscuro dell’opera di personalità senza dubbio geniali come ad esempio Karl Marx (1818-1883) o Friedrich Nietzsche (1844-1900) che si deve guardare come all’origine culturale della crisi del secolo XX, a cura della quale Sigmund Freud (1856-1939) propose un rimedio che il tempo ha dimostrato essere assai meno risolutivo di quanto si fosse preteso. Al di là dei loro diversissimi campi di ricerca – il tema dell’uno fu la politica, quello dell’altro invece l’esperienza esistenziale dell’individuo – Marx e Nietzsche prendono entrambi le mosse da una visione molto parziale dell’uomo, le cui disastrose conseguenze hanno duramente pesato sulla storia del secolo XX. Sia il sogno marxiano del comunismo come società perfetta in cui l’uomo è “costretto” a essere buono, e sia il sogno niciano di una pienezza dell’esperienza umana perseguita andando “al di là del bene e del male” sono annegati nelle lacrime e nel sangue delle guerre mondiali e negli olocausti che le hanno precedute, accompagnate e seguite.

Il quadro non viene sostanzialmente mutato nemmeno dalla letteratura, pur molto abbondante da un punto di vista quantitativo, che l’intellighenzija di sinistra produce, sia nell’Unione Sovietica che in Occidente, a sostegno dell’esperienza comunista. Anche gli autori di questa tendenza, dopo aver descritto l’uomo nuovo come utopia di un futuro di là da venire, si soffermano a delineare un quadro sconfortante dell’uomo borghese del presente. Di qui l’intreccio paradossale tra il marxismo e l’esistenzialismo ad esempio in Sartre e in Moravia, in teoria lontanissimi l’uno dall’altro. In quei medesimi decenni emergono anche pensatori di ben diversi orizzonti, come ad esempio il russo ortodosso Nikolaj Berdjaev (1874-1948), i cattolici francesi Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) e Jacques Maritain (1882-1973), il cattolico italo-tedesco Romano Guardini (1885-1968), il protestante americano Reinhold Niebuhr (1892-1971) che, seppur in varie forme, indicano una via d’uscita non rivoluzionaria ma nemmeno semplicemente individuale dalla crisi della civiltà borghese, ultima tappa dell’epoca moderna. Il loro pensiero tuttavia non giunge a influire sulla cultura di massa del tempo.

Dalla prima alla seconda guerra mondiale

Nel 1914 le gioie spensierate di quella che passerà alla storia come Belle Epoque (un modo di vivere che comunque aveva in effetti riguardato soltanto un ristretto mondo di aristocratici e di ricchi borghesi) si spengono nella grande tragedia della Prima guerra mondiale. Si scopre allora d’improvviso il lato oscuro del progresso tecnico-scientifico: l’enorme sviluppo dei trasporti e delle comunicazioni ha dato dimensione planetaria alle vie del commercio ma anche a quelle della guerra; dai progressi della meccanica sono nati i telai automatici ma anche le mitragliatrici. E a Thomas Alva Edison si deve l’invenzione della lampadina ma anche quella della sedia elettrica.

Con i suoi circa 10 milioni di caduti (circa 6 milioni e mezzo degli sconfitti Imperi Centrali, e il resto dell’Intesa, ossia della coalizione vittoriosa) e 20 milioni di feriti, tra cui un buon numero di invalidi e di mutilati, la Prima guerra mondiale fa comprendere all’uomo occidentale del ‘900 che il confine tra la civiltà e la barbarie resta sempre molto sottile. Tra il 1915 e il 1916, l’attuale Turchia stermina gli Armeni insediati nel suo territorio: una cifra compresa tra gli 800.000 e i 2 milioni di persone di ogni età, uomini, donne e bambini, periscono vittime del primo genocidio del secolo. Una generazione di europei e di nordamericani nati e cresciuti negli orgogliosi anni della fine ‘800 e del primo ‘900, nelle trincee e sui campi di battaglia scopre a caro prezzo che l’uomo civile può tornare rapidamente a essere ben più barbaro dei barbari.

Dalla Prima guerra mondiale le carte geografiche dell’Europa e del Mediterraneo escono sconvolte: due dei quattro Imperi Centrali sconfitti, l’Impero austro-ungarico e quello turco ottomano, scompaiono lasciandosi dietro di sé una scia di nuovi Stati o di Stati con nuovi confini; uno, il Reich tedesco sussiste come Repubblica ma entro confini ben più ridotti di quelli che aveva nel 1914. Un altro ancora, l’Impero zarista, sopravvive quasi intatto nel territorio ma radicalmente mutato nella struttura socio-politica: con il nuovo nome di Unione Sovietica sotto il governo di Lenin e poi di Stalin diventa teatro di un tentativo autoritario di rivoluzione totale nel nome del comunismo marx-leninista che lascerà dietro di sé una scia di sangue ancor più vasta di quella dello stesso nazismo. Quando sarà tramontato il potere sovietico, una “Commissione per la riabilitazione delle vittime delle repressioni politiche” – istituita a Mosca nel 1991 sotto la presidenza dell’accademico Aleksandr Iakovlev – fisserà in almeno 32 milioni il numero di tali vittime.

La pace che nel 1918-19 i vincitori impongono ai vinti è iniqua quanto basta per far sì che molto rapidamente la memoria dell’immane strage venga sommersa dalla volontà di rivincita oppure di ulteriore consolidamento del predominio. In Italia, poi in Germania e infine in Spagna e Portogallo, nonché in diversi paesi dell’Europa Orientale si affermano delle dittature ferrigne e spesso sanguinarie che saranno il detonatore della Seconda guerra mondiale. In campo economico, agli anni di rapido sviluppo del primo ‘900 segue dopo la Prima guerra mondiale un periodo di ristagno, che nel 1929 il crollo della Borsa di Wall Street trasformerà in quella che è passata alla storia come la Grande Depressione. Per la ripresa si dovrà attendere la fine dell’immane conflitto nel 1945.

È impressionante rilevare come la tragica esperienza della Prima guerra mondiale, con le sue immani e dissennate stragi, benché sia stata vissuta in prima persona da milioni di europei, non abbia affatto indotto le generazioni che vi sono passate attraverso a un radicale ripensamento dei modi della convivenza tra i popoli. Persino opere esemplari di denuncia della feroce e micidiale assurdità di quel conflitto, come ad esempio All’Ovest niente di nuovo (1929) del tedesco Erich Maria Remarque, da cui Hollywood trae un film che farà il giro del mondo, o Un anno sull’Altipiano (1938) dell’italiano Emilio Lussu, non influiscono significativamente su una mentalità comune nella quale resta intatto il mito della guerra come sfida salutare e come strumento di doverosa affermazione della gloria della Nazione.

Nel vissuto di milioni di ex-combattenti la realtà degli anni al fronte conta molto meno della rielaborazione di quella memoria attraverso le lenti dell’ideologia nazionalistica. Grazie alla retorica del culto civile dei caduti – che culmina nella para-liturgia laica del “Milite Ignoto”, per la quale in Italia si giunge a costruire in Roma un’ara monumentale chiamata nientemeno che Altare della Patria – il lutto di milioni di famiglie viene trasformato nella previa giustificazione di future guerre.

Negli anni ‘20 e ‘30 le relazioni internazionali vivono una fase che forse non è sbagliato definire schizofrenica: da un lato si susseguono grandi conferenze per il disarmo, ma dall’altro tutti i maggiori Stati europei cominciano ben presto a riarmarsi, anche prima che ciò sia reso inevitabile dalla politica aggressiva di Hitler, al potere in Germania dal 1933. Si cammina a grandi passi verso un nuovo immane conflitto che, a circa vent’anni dal termine della Prima guerra mondiale, scoppia il primo settembre 1939, quando la Germania nazista aggredisce la Polonia.

Sembra che Hitler non credesse di dare con ciò il segnale d’inizio alla Seconda guerra mondiale: l’obiettivo dell’attacco era la riconquista dei terre orientali del Reich perdute con la pace di Versailles; e pare fosse convinto che ancora una volta le democrazie occidentali non avrebbero reagito. Queste invece, dopo aver già accettato l’annessione dell’Austria e la liquidazione della Cecoslovacchia, non potevano mantenersi ulteriormente passive. Si riaccese così quel gigantesco conflitto tra le grandi potenze industriali, che nel 1918 più che alla pace era giunto alla tregua. Nell’arco di pochi mesi Danimarca , Norvegia, Paesi Bassi, Belgio e Francia crollarono davanti alle forze perfettamente organizzate della Wehrmacht, già attrezzata e a addestrata per la guerra di movimento. Protetta dal mare resistette solo la Gran Bretagna. A questo punto Hitler, rotta l’alleanza che aveva stretto con Stalin, nel giugno 1941 si volse contro l’Unione Sovietica e l’Europa sudorientale: un’iniziativa che fu la sua rovina. Anche se inizialmente infatti i suoi eserciti sfondarono inarrestabilmente le linee sovietiche, l’offensiva si arenò in inverno presso Mosca e Leningrado. Il regime stalinista, in un primo momento vicino al crollo, gradualmente si riorganizzò fino a diventare l’unica potenza terrestre europea capace di stare in campo contro le forze del regime nazista. Intanto la guerra aveva invaso anche l’altro emisfero: il Giappone, che dopo esser penetrato in Cina già dai primi anni ‘30 aveva cominciato a sfidare l’egemonia americana nell’area del Pacifico, il 7 dicembre 1941 aprì le ostilità contro gli Usa bombardando a sorpresa la flotta americana all’àncora a Pearl Harbour ( isole Hawaii). Seguì la conquista giapponese di Hong Kong, di Shangai, della Malesia, delle Filippine, delle Indie Olandesi (la futura Indonesia) e di molti arcipelaghi della Melanesia. L’avanzata della Germania, dell’Italia e del Giappone terminò tuttavia nei primi mesi del 1942. Poi tre storiche vittorie degli Alleati nel Pacifico ( Mar dei Coralli, 7 maggio 1942), in Nord Africa ( El Alamein, 23 ottobre 1942) e in Russia ( Stalingrado, novembre 1942 – 31 gennaio 1943) segnano l’inizio della svolta. Frattanto in quasi tutti i Paesi sotto occupazione tedesca si sviluppa una guerriglia contro l’occupante, la Resistenza, che pur senza essere militarmente decisiva nelle sue forme migliori assume un ruolo di grande importanza morale e politica. In Italia, dove il 25 luglio 1943 viene deposto Mussolini e il successivo 8 settembre il nuovo governo si schiera dalla parte degli Alleati, nel Nord e in parte del Centro, militarmente occupati dai tedeschi, la Resistenza inizia nell’autunno di quel medesimo anno anche con caratteri di guerra civile contro la Repubblica Sociale Italiana, lo Stato neofascista sorto nel Nord sotto la protezione della Germania nazista.

Passano però ancora tre anni prima che la guerra si concluda nel 1945 con la sconfitta delle potenze dell’Asse e quindi con la disfatta del nazismo e del fascismo. Cinque anni di un conflitto, che ha trasformato in campo di battaglia tre diversi continenti, provocano distruzioni umane, materiali e morali superiori a quelli di tutte le guerre fino ad allora combattute: enormi le perdite dell’Unione Sovietica, tra i 12 e 15 milioni di morti (per metà civili) e della Germania, circa 7 milioni. Tanto più in proporzione all’entità del loro intervento, esteso sia al fronte del Pacifico che a quello europeo, risultano molto limitate le perdite americane, 300 mila caduti, quasi esclusivamente militari; d’altro canto tra i grandi belligeranti solo gli Usa combattono senza che il proprio territorio venga mai coinvolto nelle operazioni militari. In Italia la guerra costa la vita a 444.523 persone, di cui 284.566 civili. Per la prima volta nella storia delle guerre, con il conflitto mondiale del 1939-45 il numero delle vittime civili è paragonabile a quello delle vittime militari: una circostanza che da allora in poi è purtroppo divenuta una regola.

Nel corso di tale guerra ha anche luogo il più grave dei tre maggiori genocidi del secolo, quello perpetrato dalla Germania nazista contro gli ebrei, circa 6 milioni di vittime, e contro gli zingari, non meno di un milione di vittime (evento quest’ultimo non meno grave ma molto meno noto del primo a causa della ben minore forza culturale del gruppo nazionale coinvolto).Le tecniche e l’apparato organizzativo di uno Stato moderno vengono in questi due casi impiegati sistematicamente per dare il massimo di efficienza al genocidio, e ciò senza alcuna apprezzabile resistenza da parte del personale civile e militare chiamato ad attuare il terribile progetto: una circostanza che fa di questi due genocidi un episodio unico per abiezione in tutta la storia.

Se insomma si considerano nell’insieme i grandi successi tecnico-scientifici della prima metà del secolo XX, il disorientamento delle sue arti e della sua cultura, e le tragedie storiche che l’hanno caratterizzato (dalla Prima guerra mondiale, con le sue immense stragi e il genocidio degli armeni, fino alla dittatura sovietica di Lenin e di Stalin, alla caduta della Germania nelle mani di Hitler e alla Seconda guerra mondiale), ci si rende conto che nel ‘900 l’uomo è stato in un certo senso travolto dai suoi grandi successi in campo scientifico e tecnico. Se ne è come ubriacato, senza riuscire a far crescere la propria vigilanza e responsabilità morale in misura proporzionata all’enorme crescita della sua capacità di influire su se stesso, sui propri simili e sul mondo nel suo insieme.

1945-1980: dagli accordi di Jalta agli scioperi di Danzica

1947: comincia la “guerra fredda”

Mentre il conflitto ancora continuava, ma la sua fine era ormai prossima, tra il 4 e l’11 febbraio del 1945 i leader delle maggiori potenze che erano scese in campo contro la Germania nazista, l’Italia fascista e il Giappone – il britannico Winston Churchill, l’americano Franklin Delano Roosvelt e il sovietico Josif Stalin — si riunirono nella città termale di Jalta (Crimea, Urss) per delineare gli assetti mondiali del dopo guerra. In questa conferenza vennero poste le basi di un equilibrio internazionale che sarebbe poi durato fino al 1989-91, ossia fino alla crisi e alla fine del potere sovietico. Esso infatti sopravvisse nella sostanza anche quando l’alleanza degli anni del conflitto venne meno lasciando il passo alla “guerra fredda” tra l’Occidente (comprese le potenze sconfitte nel 1945) da una parte e l’Unione Sovietica dall’altra. L’equilibrio strategico bloccato, di cui a Jalta si erano poste le basi, segnò così la vita di due generazioni, garantendo stabilità e pace al centro del sistema anche se al prezzo di una certa immobilità sociale e culturale.

La “guerra fredda” tra potenze occidentali e Urss si avvia in pratica non appena nel 1945 le armi tacciono, ma diviene per così dire ufficiale il 12 marzo 1947 quando il nuovo presidente americano Henry Truman la annuncia in un suo celebre discorso di fronte alle due camere del Congresso riunite in seduta congiunta. Per “guerra fredda” s’intende una politica di attivo “contenimento” della potenza sovietica realizzata in ogni modo, salvo lo scontro militare diretto con Mosca. La prima “battaglia” della guerra fredda che gli Usa vinceranno sarà quella, conclusasi nel 1949, combattuta in Turchia e in Grecia, due Paesi già assegnati a Jalta all’area di influenza occidentale che Stalin cerca di far passare nel proprio campo. Seguono nel 1948 il colpo di Stato filo-sovietico in Cecoslovacchia, fatto passare per un colpo di mano di Mosca, ma in effetti avvenuto con il tacito consenso anglo-americano; e poi il blocco dei settori occidentali di Berlino, cui gli anglo-americani rispondono vettovagliando gli assediati tramite un ponte aereo che dura finché Mosca non si piega a riaprire i “corridoi” autostradali e ferroviari che collegano Berlino Ovest alla Germania Occidentale (sotto occupazione anglo-franco-americana) passando attraverso la Germania Est (sotto occupazione sovietica). Il colpo di stato in Cecoslovacchia segna l’ultima espansione verso ovest dell’area d’influenza sovietica, che da allora in Europa resterà fissa fino al suo sgretolamento nel 1989-91. Il successo del ponte aereo anglo-americano a favore di Berlino conferma all’Occidente quel ruolo predominante sul campo della “guerra fredda” che non verrà mai meno e che infine lo condurrà alla vittoria nel 1989-91. Nell’Estremo Oriente il decennio ‘40 si conclude per Washington con un grosso rovescio: in Cina tra il 1948 e il 1949 i nazionalisti di Chiang Kai-shek vengono sconfitti dai comunisti di Mao Zedong. Mentre Mao proclama a Pechino la Repubblica popolare cinese, Chiang si rifugia a Formosa (Taiwan) con i resti del suo esercito. Con la firma nel 1950 di un patto di amicizia trentennale con l’Urss (che in effetti verrà poi rotto nel 1961), la Cina popolare si schiera con Mosca.

L’India e il Pakistan diventano pacificamente indipendenti dalla Gran Bretagna nel 1947, anche se all’indipendenza seguono gravi disordini. All’origine del pacifico processo con cui l’India britannica, poi immediatamente scissasi in India e Pakistan, giunge all’indipendenza sta la straordinaria figura di Mohandas Karamchand Gandhi (1869-1948) detto “Grande Anima” (Mahatma), unico in tutto il secolo nella sua capacità di essere nel medesimo tempo leader politico e autorità morale di prestigio internazionale. Applicando il metodo della non-violenza Gandhi avvia nel 1919 la prima delle sue campagne di “disobbedienza civile di massa”(satyagraha) mettendo in moto il processo che appunto nel 1948 porterà la Gran Bretagna a ritirarsi dall’India senza colpo ferire. Se si guarda al fiume di sangue e alle gigantesche perdite di risorse sia economiche e sia culturali che segnano il contemporaneo processo di emancipazione della Cina dal dominio prima europeo e poi giapponese – fino all’instaurarsi di un duro regime autoritario che dura tuttora – si ha tutta la misura della statura storica del Mahatma Gandhi e insieme delle straordinarie qualità della cultura e della società dell’India, che non a caso è oggi la democrazia più popolosa del mondo e una delle poche dell’Asia.

Poco dopo la sua indipendenza l’India si pone alla testa di un gruppo neutralista detto dei “non-allineati”di cui fanno parte Paesi perlopiù asiatici che cercano di restare equidistanti tra Usa e Urss sul piano diplomatico, pur collocandosi di fatto nell’area occidentale da un punto di vista geo-economico: un progetto che tuttavia non riuscirà a prevalere sulla logica di rigida contrapposizione tra i due blocchi che caratterizza gli anni della “guerra fredda”.

Anni Cinquanta: il tempo della ricostruzione

Gli effetti stabilizzanti di Jalta non si propagano all’Estremo Oriente dove con la guerra in Corea (1950-53) si arriva allo scontro “controllato” ma diretto della Cina con gli Stati Uniti, pur formalmente intervenuti sotto la bandiera delle Nazioni Unite, in un conflitto che però le due parti concordano silenziosamente si limiti al Paese ove è scoppiato. Quando il comandante in capo americano Douglas MacArthur ordina alle sue truppe all’offensiva di entrare in territorio cinese violando gli ordini ricevuti da Washington, il presidente Truman non esiterà a destituirlo. L’Estremo Oriente pagherà con trent’anni di conflitti la mancata stabilizzazione dell’area. Oltre alla già ricordata guerra in Corea, sanguinosi conflitti accompagnano la ritirata delle potenze europee dai loro domini coloniali: dell’Olanda dalle Indie Olandesi, che diventano indipendenti con il nome di Indonesia, della Gran Bretagna dalla Malesia, dove la guerriglia si estingue solo alla fine degli anni ‘50, e soprattutto della Francia dall’Indocina (nome comune dei domini francesi del Vietnam, del Laos e della Cambogia) . Qui, diversamente che in Indonesia e in Malesia, s’impone un fronte di liberazione di matrice marxista rivoluzionaria, che nel 1954 infligge a Parigi una sconfitta decisiva. Alla Francia che si ritira subentrano allora gli Stati Uniti. E’ l’inizio dell’impegno americano nel Vietnam, che si concluderà infine nel 1975 con una sconfitta sul campo dalle conseguenze strategiche tuttavia positive: l’impegno dell’Unione Sovietica a sostegno del Nord Vietnam in guerra con Washington, enorme rispetto alle sue risorse, contribuirà infatti in modo determinante all’estenuazione del regime sovietico e quindi al suo collasso a metà degli anni ‘80.

In Europa, avendo preso coscienza che i due conflitti mondiali sono stati una catastrofica “guerra civile” europea, con la fondazione nel 1948 del Consiglio d’Europa e nel 1951 della Comunità europea per il carbone e l’acciaio, CECA, si muovono i primi passi verso un’unione politica del Continente mentre una rapida e forte rinascita sia economica che demografica crea tra l’altro le condizioni per uno sviluppo di generosi sistemi di sicurezza sociale ( Welfare State) di cui si sarebbero scoperti i limiti solo alla fine del secolo.

Frattanto Usa e Urss, dotate entrambe di armi nucleari strategiche, si fronteggiano minacciandosi di reciproco sterminio. La certezza di tale terribile reciprocità diventa però paradossalmente una garanzia di pace. Sia pure all’ombra dell’incubo nucleare, negli anni ‘50 e ‘60 l’economia occidentale, trascinata dalla grande forza industriale degli Stati Uniti, fa registrare un lungo e straordinario periodo di sviluppo. Visti nella più ampia prospettiva in cui ora li si possono già guardare, nell’Urss e nella sua area d’influenza gli anni della “guerra fredda” sono invece la storia di un lento cammino verso la sconfitta, che i popoli coinvolti non cessano mai di pagare a caro prezzo. Nel 1953 morì Stalin, e ben presto nell’impero sovietico si avvertirono degli scricchiolii. Nell’estate di quel medesimo anno a Berlino Est un’insurrezione contro il regime fu rapidamente soffocata. Nell’arco di qualche anno si giunse però a una situazione di rottura. Il contrasto tra il fiorente benessere dell’Occidente e la persistente scarsità di beni di consumo dei Paesi del blocco sovietico costrinse Mosca a una svolta rispetto alla rigida ortodossia staliniana. Il miglioramento del tenore di vita delle masse diventò un obiettivo prioritario: di qui la necessità di una “distensione” con l’Occidente nonché di una crescita degli scambi con l’estero. Il 1956 fu l’anno delle insurrezioni, in Polonia dapprima e poi in Ungheria dove gli insorti giunsero a spodestare il Partito. Preso il potere, un governo rivoluzionario proclamò la fine del regime e l’abbandono del patto di Varsavia mentre venti di rivolta cominciarono a soffiare anche in altri Paesi dell’area d’influenza sovietica: ciò fu troppo per Mosca. L’Occidente non mosse un dito in aiuto dell’Ungheria insorta, e l’Armata rossa soffocò l’insurrezione. La vicenda confermò ancora una volta, drammaticamente, la solidità delle intese di Jalta. Come l’Urss aveva abbandonato al loro destino i guerriglieri filo-sovietici della Grecia del 1946-49 così gli Usa e i loro alleati europei non vennero in soccorso degli insorti ungheresi filo-occidentali del 1956.

Il 1956 fu anche l’anno della spedizione anglo-francese di Suez in appoggio a un attacco israeliano contro l’Egitto di Nasser. Washington intervenne imponendo a Londra e Parigi il ritiro delle loro truppe. L’episodio segnò così la fine di qualsiasi velleità europea di una politica di potenza autonoma da quella americana.

Anni Sessanta: distensione, benessere, contestazione

Verso la fine degli anni ‘50 uno dopo l’altro i Paesi dell’Europa occidentale tornarono alla qualità di vita e ai livelli di sviluppo del 1939. Rimosse le macerie, ricostruite le città e le fabbriche e lenite le dolorose memorie dei lutti e delle privazioni, si temette che, compiuta la ricostruzione post-bellica, l’economia rallentasse. Invece sorprendentemente la crescita non solo non si interruppe ma s’intensificò. Basti citare ad esempio il numero delle auto: alla fine del 1961 circolavano in Italia 2.936.000 autoveicoli, e si registravano 17,2 abitanti per auto. Sei anni dopo, alla fine del 1967, gli autoveicoli, 7.311.000, si erano più che raddoppiati mentre gli abitanti per auto erano scesi a 7 (nel 1998 giungeranno a essere quasi 35 milioni, di cui 31.370.765 auto, una ogni 1,8 abitanti).

Gli anni ‘60 furono così caratterizzati da una crescita continua che generò due euforie opposte ma di matrice paradossalmente uguale: da un lato quella dell’establishment, convinto che il regno del Bengodi sarebbe stato senza fine, dall’altro quella dei contestatori, convinti che l’unico problema fosse spartire diversamente un benessere la cui crescita veniva ritenuta praticamente automatica. E’ percorrendo la strada di queste controverse illusioni che alla fine del decennio si arriverà alle rivolte studentesche del 1968 e poi alle Brigate Rosse che, fondate nel 1969, inaugureranno quelli che in Italia sono passati alla storia come “anni di piombo”. Due figure di grande rilievo – pur se tra loro assai diverse sia per ruolo che per funzione – inaugurarono il decennio diventando il simbolo internazionale delle speranze, anche illusorie, che ne caratterizzarono l’inizio: il papa Giovanni XXIII, salito al soglio pontificio nel 1958, e il presidente americano John Kennedy, eletto nel 1960. Il primo, divenuto ben presto popolarissimo grazie alla sua affabilità e al suo stile informale (molto diverso da quello del suo predecessore, il ieratico e poco comunicativo Pio XII) convocò nel 1962 il Concilio Vaticano II, pilastro di un “aggiornamento” della Chiesa poi rivelatosi cosa ben più complessa e anche ben più drammatica di quanto si pensasse al momento della sua convocazione. Il secondo, un giovane presidente con un programma di grandi riforme sociali, venne visto un po’ in tutto il mondo come la garanzia di un progresso generale verso il benessere e l’equità, malgrado le sue riforme restassero perlopiù inattuate e la sua politica estera fosse in effetti tutt’altro che accomodante; tra l’altro è con lui che gli Stati Uniti si impegnano direttamente in Vietnam, mentre fino ad allora si erano limitati a sostenere con aiuti economici e militari il regime filo-occidentale del Vietnam del Sud. Il suo successo nella cosiddetta “crisi dei missili a Cuba” (1962), risoltasi appunto con la rinuncia dell’Urss a installare batterie di missili sul territorio della grande isola caraibica, divenuta con Fidel Castro alleata di Mosca, dimostrò definitivamente i limiti della potenza sovietica, comunque subalterna a quella americana. Rimasti in scena per pochi anni e scomparsi entrambi nel 1963, Giovanni XXIII e John Kennedy (assassinato a Dallas in circostanze mai ben chiarite) tanto più per questo vennero vissuti come figure-guida del decennio.

Altra figura di grande rilievo degli anni ‘60 è il generale Charles De Gaulle, presidente francese dal 1958 al 1969. Già capo durante la Seconda guerra mondiale della resistenza francese all’invasione nazista, De Gaulle torna alla vita politica a seguito della crisi della IV Repubblica, travolta dalla sua incapacità di risolvere il problema dell’Algeria, possedimento di Parigi la cui decolonizzazione è resa ardua dalla presenza di una grossa comunità di coloni francesi ivi radicati: un problema che il generale, divenuto presidente con vasti poteri definiti da una nuova carta costituzionale fatta su misura per lui, riesce a risolvere nel 1962.

Anche se il processo di “decolonizzazione”, ossia di accesso all’indipendenza dei possedimenti coloniali europei, era già iniziato nel 1947 con l’emancipazione del subcontinente indiano dal dominio britannico, il 1960 segna il culmine del processo. In quell’anno una dopo l’altra diventano indipendenti quasi tutte le colonie dell’Africa sudsahariana, l’unica parte del mondo in cui fino ad allora la maggior parte sia del territorio che della popolazione viveva sotto il dominio coloniale. La crisi e poi la guerra civile, che fanno immediatamente seguito all’indipendenza del Congo Belga (30 giugno 1960), sono però l’inizio di un dramma – quello del fallimento economico-politico dell’Africa Nera post-coloniale – che continua ormai da oltre quarant’anni, sembrando fino a oggi senza via d’uscita.

La mancanza di una classe politica e amministrativa adeguata, il fatalismo tipico di tante culture tradizionali africane, una congiuntura economica internazionale sfavorevole, furono i principali fattori che portarono il Continente Nero a diventare il “grande malato”, un continente rimasto praticamente emarginato dalle grandi trasformazioni che intanto stavano cambiando il mondo. E il risultato fu che alla fine del secolo, molti Paesi africani si ritrovarono in condizioni economiche e sociali peggiori rispetto all’inizio del ‘900.

Mano a mano che gli anni ‘60 trascorrono, il continuo intensificarsi della guerra in Vietnam provoca sempre più ampie lacerazioni nella società e nella cultura dell’Occidente. La facile speranza di un benessere crescente e diffuso senza né crisi né tensioni svanisce tuttavia definitivamente nel 1968 con due eventi, il più importante dei quali è quello allora meno avvertito e anche oggi meno ricordato: i moti studenteschi del cosiddetto “Maggio francese” (che in effetti in Italia cominciano già nell’autunno 1967 con l’occupazione a Milano dell’Università cattolica), e la fine della parità fissa tra oro e dollaro. I moti studenteschi fanno emergere clamorosamente un disagio che, trovando espressione non nel mondo operaio ma in quello universitario, è di fatto assai più culturale che economico. Egemonizzati dalla filosofia politica marx-leninista, questi moti dilagheranno in tutta l’Europa occidentale senza essere messi in crisi dall’esito a Est della “primavera di Praga”, un moderato tentativo di democratizzazione del regime comunista all’insegna del “socialismo dal volto umano” che nell’agosto di quello stesso anno viene soffocato dall’intervento sovietico. A parole i moti studenteschi del ‘68 sono contro il capitalismo e quindi contro il come e il quanto della ripartizione della ricchezza prodotta. Nella realtà delle cose sono però in primo luogo contro un certo tipo di costume e di gerarchie sociali, consolidato dall’ordine costituito della “società del benessere”, che le future classi dirigenti non intendono più accettare. In Italia alla crescita del ruolo politico del movimento studentesco, ormai saldamente egemonizzato da organizzazioni di estrema sinistra extra-parlamentare, si registra una reazione di estrema destra extra-parlamentare, che nel 1969 imbocca la via del sangue con la bomba che viene fatta esplodere a Milano nella filiale di piazza Fontana della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

In effetti sullo sfondo di queste tensioni sia nazionali che internazionali c’è un fatto istintivamente avvertito anche quando non è consapevole: il “boom” cominciato alla fine della Seconda guerra mondiale si sta concludendo. Pressato dal costo della guerra in Vietnam, rivelatasi molto onerosa anche per una super-potenza come gli Stati Uniti, nel 1968 il presidente americano Richard Nixon si vede costretto a sancire la fine della garanzia assoluta del prezzo dell’oro (Gold Exchange Standard): fissato a 35 dollari per oncia dal presidente Franklin Delano Roosvelt, tale prezzo durava dal 1934. Nixon dichiara che gli Stati Uniti continueranno a garantirlo solo con riguardo alle riserve auree delle banche centrali. Nasce così un doppio mercato dell’oro: quello dell’oro-moneta, che continua a essere fisso, e quello dell’oro non monetario che da quel momento fluttua liberamente sul mercato. E’ l’inizio della fine del sistema, che crollerà poi del tutto nel 1971. E di pari passo è l’inizio della fine dell’egemonia pacifica e indisturbata degli Stati Uniti che da allora in poi – pur conservando il loro rango di super-potenza – non potranno più essere sempre “buoni” ma dovranno sempre più spesso difendere i loro interessi a viva forza.

Anni Settanta: il tempo della crisi

Soggetto a gigantesche pressioni speculative, dal 1968 il prezzo dell’oro non monetario continua a scendere distanziandosi sempre di più dei 35 dollari per oncia che Washington ancora garantisce all’oro monetario. Nel 1971 il divario tra i due prezzi diviene insostenibile. Il 16 agosto, con un drammatico discorso televisivo al popolo americano, il presidente Nixon annuncia il totale abbandono del Gold Exchange Standard: da quel momento il dollaro si sgancia dall’oro il cui valore comincia così a fluttuare su tutti i mercati. Vincolando a una parità fissa dollaro e oro, nel 1934 il presidente Roosvelt aveva trasformato il dollaro in un equivalente dell’oro: possedere oro o possedere dollari diventava perciò la stessa cosa. Dal momento che allora la carta moneta di qualsiasi Paese valeva soltanto in proporzione alle sue “riserve auree’ ovvero all’oro che la rispettiva banca centrale aveva nei propri forzieri, ciò equivaleva a fare in pratica del dollaro una potenziale “riserva aurea”. Grazie a ciò il ruolo mondiale del dollaro sui mercati monetari aveva continuato a crescere fino a quando – a seguito della conferenza monetaria tenutasi a Bretton Woods (New Hampshire, Usa) verso la fine della guerra, nel luglio 1944 – la sua supremazia su ogni altra moneta era divenuta ufficiale ed assoluta. Ciò aveva dato agli Stati Uniti un potere unico, che mai nessun’altra grande potenza aveva mai avuto. Nemmeno la sterlina inglese al culmine dell’espansione imperiale britannica era mai riuscita a imporsi come unica valuta di riserva accanto all’oro.

Con l’abbandono del Gold Exchange Standard viene meno lo storico muro maestro dell’egemonia mondiale degli Stati Uniti. Anche se numerosi altri fattori entrarono senza dubbio in gioco, in estrema sintesi non è errato affermare che la storia degli anni ‘70 è stata sostanzialmente influenzata dalle conseguenze del dissesto che ne è derivato in una situazione internazionale in cui nessuno era comunque in grado di supplire all’indebolimento americano: in ogni caso non l’Unione Sovietica, ormai sulla china di una decadenza irreversibile, ma nemmeno l’Europa occidentale, troppo divisa e ripiegata su se stessa.

Nei primi anni ‘70 il persistente impegno americano nel Vietnam, i suoi esiti sempre più fallimentari e la sempre maggiore opposizione che esso suscita sia in America che all’estero, pesano come un macigno non soltanto sugli Stati Uniti ma indirettamente anche sul resto dell’Occidente. Anche se con la normalizzazione dei rapporti cino-americani Nixon ottiene nel febbraio 1972 un grande risultato strategico, la guerra nel Vietnam logora la sua presidenza. Benché rieletto nel novembre di quello stesso anno sull’onda di tale successo, Nixon è costretto alle dimissioni nell’agosto 1974 a seguito di uno scandalo (il “Watergate”) che in altre situazioni non avrebbe affatto avuto un esito tanto clamoroso. Il resto del decennio vede il succedersi alla Casa Bianca di due presidenti molto deboli: dapprima il repubblicano Gerald Ford (1974-76), il vicepresidente che giunge alla massima carica dopo il ritiro di Nixon, e poi il democratico Jimmy Carter (1976-80), cui il successo degli accordi di Camp David tra Egitto e Israele (23 marzo 1979) non basta a controbilanciare un’azione politica piena di fallimenti in sede sia interna che internazionale. Frattanto nel 1975 era toccato a Ford l’ingrato compito di ordinare il ritiro delle forze americane dal Vietnam e quindi il riconoscimento della prima sconfitta militare della storia americana. Nell’arco di pochi anni, quello che gli ambienti “progressisti” di tutto il mondo avevano salutato come il trionfo del marxismo rivoluzionario e delle sue guerre di liberazione dal dominio occidentale si trasforma però nell’inizio della fine della speranza nella rivoluzione di sinistra come strumento di definitiva emancipazione dell’uomo da ogni servaggio: prima il disperato esodo dei boat-people dal Vietnam fa scoprire al mondo che il nuovo Vietnam è tutt’altro che un paradiso. Poi nel 1979 il crollo del regime cambogiano dei Khmer Rossi rivela l’immensa tragedia dell’ultimo genocidio del secolo dopo quello degli armeni nel 1915 e quello degli ebrei e degli zingari nel 1942-45.

Nel 1973 l’improvvisa impennata dei prezzi del petrolio seguita alla guerra arabo-israeliana detta del Kippur – cui, senza alcuna seria resistenza da parte di Washington, danno inizio l’Arabia Saudita e l’Iran dello Scià Reza Pahlevi, entrambi alleati degli Usa – provoca per contraccolpo un rallentamento generale dell’economia europea che si protrae per tutto il resto del decennio e al quale un secondo “shock petrolifero”, con una conseguente forte rivalutazione del dollaro, dà un ulteriore colpo di freno nel 1979. Sia la Germania che l’Italia vivono negli anni ‘70 la dura stagione del terrorismo di estrema sinistra. In Germania la Rote Armee Fraktion, RAF, tra il 1974 e il 1977 moltiplica i suoi assassinii di magistrati, uomini politici e alti dirigenti industriali finché viene radicalmente indebolita da una serie di misteriosi suicidi dei suoi maggiori leader ormai detenuti in carcere (Ulrike Meinhof nel 1976, Baader, Raspe e Ensslin in un medesimo giorno dell’ottobre 1977).

In Italia le Brigate Rosse, BR, tra il 1977 e il 1979 si rendono responsabili di una fitta sequenza di attentati e di rapimenti il cui episodio culminante è il sequestro, previa strage della sua scorta, del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Senza che le forze dell’ordine riescano a individuare il luogo ove è detenuto, Moro viene “processato” e poi ucciso dai suoi sequestratori che ne fanno ritrovare il cadavere il 9 maggio 1978 in un’auto parcheggiata a poca distanza dalla sede del suo partito. Quali che fossero i loro programmi, sta di fatto che le BR contribuirono in modo determinante a impedire che democristiani e comunisti giungessero a dar vita a un’alleanza di governo: un’eventualità cui Washington si opponeva apertamente.

La crisi del 1973 e il crescendo del terrorismo non interrompono tuttavia in modo sostanziale quel processo di crescita economico-sociale (anche alimentata da ingenti migrazioni interne dal Sud e dal Nordest verso il Nordovest) che in Italia si era avviato nel primo dopoguerra. Quando nel 1975 viene costituito il Gruppo dei Sette, G 7, un organismo di consultazione internazionale dei sette maggiori paesi industrializzati del mondo, l’Italia viene a farne parte. Quello che fino allo scoppio della seconda guerra mondiale era un Paese agricolo salvo alcune “isole” di iniziale industrializzazione, e che dalla guerra era uscito nel 1945 sconfitto e in macerie, trent’anni dopo si ritrovava fianco a fianco a nazioni ( Stati Uniti, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Francia e Canada) in cui il passaggio dall’economia tradizionale a quella moderna, talvolta già iniziato nei secoli XVIII o XIX, comunque già era giunto a compimento assai prima dello scoppio del conflitto. “Miracolo italiano” sarà il nome che i cronisti daranno a questo ingente e rapido sviluppo, che gli esperti e gli osservatori internazionali non avevano assolutamente previsto; questo non perché il fenomeno fosse imprevedibile ma perché diventava impercettibile a chi guardava all’Italia attraverso le lenti deformate da alcuni consolidati pregiudizi del pensiero economico contemporaneo la cui prima fonte è una lettura, peraltro molto schematica, del celebre saggio di Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904): i pregiudizi secondo cui un Paese di tradizione cattolica sarebbe perciò condannato a restare ai margini della modernità e quindi della moderna economia industriale. Sul piano politico-sociale il decennio ‘70 vide il declino e la fine della fiducia nella pianificazione nelle sue più diverse forme: da quella democratica della socialdemocrazia europea a quella non solo autoritaria ma anche totalitaria dei Paesi a regime comunista. Ovviamente con gradi proporzionalmente diversi di drammaticità e anche di catastroficità, diventò chiaro che le economie post-moderne sono troppo complesse e variabili per essere pianificate o anche solo “programmate” dal potere politico. Esigono senza dubbio una misura di governo, ma in modi diversi da quelli che erano stati immaginati nel secolo XIX. Da un punto di vista non solo politico ma anche culturale, ciò colpisce in primo luogo il “modello socialista”, di cui la pianificazione centralizzata è un elemento essenziale.

Dagli scioperi di Danzica alla fine del secolo

Anni Ottanta: la “guerra fredda” si conclude con la disfatta dell’Urss e del comunismo sovietico

Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti dal marzo 1981 al marzo 1989, è senza dubbio la personalità che sia nel suo Paese che nel resto del mondo ha più fortemente caratterizzato la politica e l’economia degli anni ‘80: il cruciale decennio in cui la “guerra fredda” si è conclusa con la vittoria dell’Occidente, la sconfitta e la scomparsa dell’Unione Sovietica, e la fine dell’assetto internazionale definito a Jalta nel 1945. Il tempo trascorso dalla fine del Gold Exchange Standard aveva dimostrato che, anche se sganciato dall’oro, il dollaro manteneva ugualmente la propria supremazia su ogni altra moneta. I dolori personali e lo scandalo della coscienza civile provocati dalla guerra nel Vietnam appartenevano ormai al passato, mentre le speranze deluse dalla realtà dei regimi comunisti al potere in Vietnam e in Cambogia e la crisi ormai rovinosa dell’Urss facevano scoprire anche ai “non addetti ai lavori” che l’intervento americano nel Sudest asiatico da un lato non sarebbe passato alla storia come una inescusabile aggressione a dei santi innocenti, e dall’altro si era risolto in una sconfitta tattica, ma anche in una vittoria strategica.

Reagan fu il presidente che venne dunque a capitalizzare la ritrovata posizione di forza cui gli Stati Uniti erano pervenuti alla fine degli anni ‘70. Il decennio si era aperto con due clamorosi eventi all’apparenza di segno opposto: l’invasione sovietica dell’Afghanistan (27 dicembre 1979 – 2 gennaio 1980); gli scioperi di Danzica (agosto 1980), di fronte ai quali per la prima volta nella storia dei regimi comunisti il governo polacco si vide costretto a riconoscere un sindacato libero, Solidarnosc, sorto in modo spontaneo tra gli operai dei cantieri navali della città. Anche se nel dicembre 1981 un colpo di stato militare pone fine all’esistenza di Solidarnosc e abroga le concessioni che esso aveva ottenuto dal governo comunista, più tardi però si vede il maresciallo Jaruzelski, uomo forte del nuovo governo, avviare un cauto processo di preparazione al superamento del regime comunista. Nell’arco di pochi anni tante cose erano insomma cambiate da quando nel 1968 Mosca aveva potuto far intervenire in Cecoslovacchia i suoi carri armati, insieme a quelli degli alleati del Patto di Varsavia, per schiacciare la ben più timida “primavera di Praga”.

Frattanto l’occupazione dell’Afghanistan si trasforma per Mosca in un “Vietnam” il cui costo sia economico che sociale dà il colpo definitivo al già traballante regime sovietico.

In Italia, dove il confine tra le aree d’influenza sovietica e americana corre in certo modo all’interno della vita pubblica del Paese, l’ormai evidente crepuscolo degli equilibri di Jalta provoca sotterranei ma duri confronti e dislocamenti di forze la cui dinamica resta fino a oggi in larga parte oscura, ma della cui entità è sintomo evidente una serie di sanguinosi attentati e assassini politici. Nei primi anni del decennio gli attentati si susseguono con sempre maggior frequenza. Sotto il piombo delle BR e di altri gruppi del terrorismo di sinistra cadono magistrati, uomini e donne della polizia e dell’amministrazione carceraria, dirigenti industriali, docenti universitari, giornalisti. Tra gli altri nel 1980 Vittorio Bachelet , docente universitario e ex presidente dell’Azione Cattolica, e il socialista Walter Tobagi, inviato del Corriere della Sera (il giornalismo italiano aveva già dovuto in precedenza lamentare una vittima illustre del terrorismo di sinistra: Carlo Casalegno, editorialista de La Stampa, assassinato dalle BR nel 1977). A terroristi di destra viene attribuita la responsabilità, in effetti mai del tutto chiarita, della bomba che il 2 agosto 1980 scoppia nella stazione ferroviaria di Bologna provocando 76 morti e 200 feriti (8 dei quali moriranno nei giorni seguenti). Frattanto anche nel mondo dell’alta finanza si combattono battaglie non meno dure e sotterranee, in più di un caso segnate da omicidi (Giorgio Ambrosoli, liquidatore del fallimentare impero bancario di Michele Sindona, assassinato a Milano nel 1979) e da misteriose morti violente (Roberto Calvi, presidente del Banco Ambrosiano, trovato morto a Londra nel 1982 appeso a una corda sotto il Blackfriars Bridge; Michele Sindona, avvelenato nel 1986 nel carcere “di massima sicurezza” di Voghera ove si trovava detenuto ).

Frattanto la politica marcatamente liberista avviata negli Stati Uniti dal nuovo presidente repubblicano Ronald Reagan, in pieno contrasto con quella del suo predecessore democratico Jimmy Carter, innesca un processo di forte crescita dell’economia americana, con ricadute positive anche nel resto del mondo. Ispirandosi all’analoga politica di Margareth Thatcher, premier britannico dal 1979, Reagan si impegna in un programma di “deregulation”, ossia di abolizione dei vincoli di tipo dirigistico introdotti nel mercato soprattutto nel decennio precedente, i cui effetti, pur non senza notevoli costi sociali, risultano nell’insieme positivi. Sul piano del confronto con l’Unione Sovietica Reagan non esita a mettere la sordina sulla politica della distensione lanciando un piano di armamento e di difesa missilistica intercontinentale passato alla storia col nome di arsenale per le “guerre stellari”. In realtà tale programma resta in larga misura sulla carta, ma è quanto basta per spingere l’Unione Sovietica verso un ultimo catastrofico tentativo di rincorsa della potenza americana. Si giunge così al 1985 quando il nuovo leader sovietico Mikhail Gorbaciov, prendendo atto che la “guerra fredda” si è ormai conclusa con la vittoria dell’Occidente, avvia quel processo di smobilitazione del regime sovietico che culminerà simbolicamente nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino, seguita dal turbinoso ciclo di avvenimenti che poi si compie il 25 dicembre 1991 con la fine della stessa Unione Sovietica.

In quel medesimo 1989, l’occupazione a Pechino della piazza Tienanmen da parte di studenti, che chiedono la democratizzazione del regime, dopo circa due settimane si conclude nella notte fra il 3 e il 4 giugno con un intervento militare che secondo fonti diplomatiche occidentali costa tra mille e 7 mila morti. Viene così soffocato nel sangue qualsiasi tentativo di riforma del regime comunista cinese. Mentre entro il 1991 scompaiono dalla scena tutti i regimi comunisti variamente legati a Mosca (salvo quello castrista a Cuba), in Estremo Oriente il comunismo sopravvive al contraccolpo della crisi dell’Urss restando saldo al potere sia in Cina che nel Vietnam e nella Corea del Nord.

La fine della guerra fredda ha invece un influsso determinante nel caso del Sudafrica dove perciò si creano le condizioni per il venir meno dell’Apartheid, l’impresentabile regime di segregazione razziale in cui i sudafricani bianchi avevano precipitato il Paese – di decisiva importanza strategica in quanto massimo produttore mondiale di oro – di fronte all’impossibiltà di affrontarne i complessi problemi di convivenza pluri-etnica nel surriscaldato contesto del confronto planetario tra Usa e Urss. Significativamente il processo di superamento dell’Apartheid inizia nel 1985, quando con la salita al potere di Gorbaciov comincia nell’Urss lo sfaldamento del potere sovietico, e si conclude nel 1991, l’anno della caduta del Muro di Berlino.

Con un influsso di ben diversa natura, ma non meno planetario di quello del Presidente americano, oltre a Reagan l’altro protagonista del decennio è il papa Giovanni Paolo II, salito al soglio pontificio nel 1978. Con un’instancabile attività sia di magistero che di pellegrinaggio in ogni continente, destinata peraltro a continuare pure negli anni ‘90, Giovanni Paolo II – riconosciuto dai contemporanei anche fuori della Chiesa come massima autorità morale dell’epoca – si impegna in una colossale opera di riannuncio ( = rievangelizzazione) della fede cristiana nel mondo di oggi, immerso nel travaglio del passaggio dall’epoca moderna a un nuovo tempo che per ora si riesce a definire solo col nome di epoca post-moderna. Un’opera che trova i suoi momenti di comunicazione sistematica in una serie di encicliche, tra cui le prime e fondamentali Redemptor Hominis del 1979 e Dives in misericordia del 1980. Dopo un declino durato per quasi tutta l’epoca moderna, con Giovanni Paolo II giunge al cuore della Chiesa Cattolica la lunga onda di un movimento di ripresa dell’esperienza cristiana le cui prime origini si possono rintracciare nella testimonianza e nella teologia dell’inglese John Henry Newman (1801-1890) e nell’opera di Leone XIII (1810-1903). Un obiettivo cui già avevano mirato i papi Giovanni XXIII e Paolo VI convocando e concludendo il Concilio Vaticano II (1962-65), ma che in parte era stato disatteso non tanto dai suoi risultati quanto dall’interpretazione spesso sbilanciata che l’intellighenzija cattolica sia ecclesiastica che laica degli anni ’60 aveva dato dei suoi documenti dottrinali ( in particolare con il diffuso oblìo dei contenuti della Lumen Gentium, il documento fondamentale sulla Chiesa, ignorando il quale la Gaudium et Spes, che tratta dei rapporti tra fede e modernità, può anche essere letta in forme sostanzialmente secolarizzanti). Perciò, pur riportando la proposta cristiana alla ribalta dell’attualità come non accadeva più da almeno un secolo e mezzo, il Concilio non aveva affatto frenato quel crescente processo di diffuso abbandono del cristianesimo che – avviatosi nella seconda metà del secolo XVIII in ristretti circoli di intellettuali – proprio in quegli anni stava raggiungendo le nuove masse popolari e i nuovi ceti medi urbani. Benchè nel frattempo figure di grandi teologi come il francese Henri De Lubac (1896-1991) sin dagli anni ’40 – ’50, e lo svizzero Hans Urs von Balthasar (1905-1988) sin dagli anni ’60 avessero già posto le basi per una riproposizione non subalterna dell’ipotesi cristiana nel mondo secolarizzato contemporaneo – anche aprendo al pensiero dello svizzero Karl Barth (1886-1968), il maggior teologo protestante del secolo XX – questa sensibilità e questa cultura restavano ancora estranee a molta parte della Chiesa istituzionale. Viceversa, come molte volte era accaduto in secoli precedenti (si pensi al movimento benedettino nell’alto Medioevo e ai movimenti francescano e domenicano nei secoli XIII e XIV), alla svolta in atto nella storia avevano già risposto dei nuovi movimenti ecclesiali sorti perlopiù negli anni ’50 che – pur non senza suscitare attriti e incomprensioni – negli anni ’70 avevano ormai assunto un ruolo di grande rilievo nella Chiesa. Non a caso Giovanni Paolo II creerà cardinali De Lubac nel 1984 e Von Balthasar nel 1988 (anche se quest’ultimo non farà in tempo a esser tale poichè morirà improvvisamente due giorni prima della cerimonia di nomina) mentre ai movimenti ecclesiali attribuirà uno spazio crescente fino a sancirne poi solennemente il ruolo nel 1998. Il 30 maggio di quell’anno, vigilia di Pentecoste, li convocherà infatti a Roma in una grande assemblea comune internazionale in piazza San Pietro, nel corso della quale darà anche la parola a Kiko Aguëllo, Luigi Giussani, Chiara Lubich e Jean Vanier, fondatori dei quattro movimenti più importanti, rispettivamente il Cammino Neocatecumenale, Comunione e Liberazione, il Movimento dei Focolari e la Comunità dell’Arca.

Anni Novanta: la difficile pace del dopo “guerra fredda”

Caduto il Muro di Berlino e quindi venuto meno quel “braccio di ferro” fra Stati Uniti e Unione Sovietica che durava da oltre quarant’anni, il decennio si aprì con la speranza che la pace generale permanente – antico sogno mai realizzato dell’umanità – fosse finalmente a portata di mano.

Per le generazioni che avevano vissuto molta parte della loro vita sotto l’incubo che l’eventuale guerra nucleare tra le due super-potenze potesse provocare una catastrofe planetaria di una gravità senza precedenti, il concludersi del duello tra quei due giganti senza alcuno scontro militare diretto segnò anche la fine di un incubo vissuto non solo come fatto politico ma anche spesso come esperienza personale. Dopo lunghi anni l’immagine dell’enorme “fungo” di polveri e vapori micidiali provocato dell’esplosione della bomba atomica cessava di incombere sul mondo come la prospettiva tanto orrenda quanto possibile di un disastro tale da mettere in forse la stessa sopravvivenza del genere umano.

Pur se fortunatamente combattuta in forma non militare, in quanto scontro planetario tra potenze opposte la “guerra fredda” fu una guerra mondiale a tutti gli effetti; alla quale non seguì poi alcun trattato di pace. Il dopoguerra, periodo tipicamente caratterizzato da disorientamento e instabilità, non fu dunque oggetto di alcun programma organico di stabilizzazione e di riavvio equilibrato delle relazioni internazionali. Se si pensa all’importanza che sempre ebbero nella storia i trattati di pace seguiti ai grandi conflitti, il fatto che niente del genere avesse luogo dopo la fine della “guerra fredda” non poteva che essere pagato a caro prezzo; e infatti così fu. Già il cruciale anno 1991, al termine del quale l’URSS cessò ufficialmente di esistere, iniziò con la guerra del Golfo e si concluse mentre la prevedibilissima crisi della Iugoslavia, lasciata a se stessa, degenerava precipitando nella guerra: un conflitto che si sarebbe trascinato per tutti gli anni Novanta fino alla prima metà del 1999, quando tra marzo e giugno gli attacchi della Nato contro la Serbia riaccesero quei fuochi di guerra che nella regione si erano spenti con la pace firmata a Dayton (USA) il 21 novembre 1995 tra i presidenti della Repubblica federale di Iugoslavia (Serbia/Montenegro), rifondata nel 1992, e i presidenti rispettivamente di Croazia e di Bosnia-Erzegovina.

La fine della “guerra fredda” non ebbe riflessi risolutivi nemmeno sulla crisi israelo-palestinese. In dieci anni il dialogo cominciato con la Conferenza di Madrid del 1991, e poi sfociato negli accordi di Oslo e Washington del 1993, non sortì affatto la pace che si sperava: un problema che era sul tappeto dal 1948 giungerà così ancora irrisolto al primo decennio del secolo XXI.

Con il crollo dell’Unione Sovietica e il collasso socio-economico del “socialismo reale”, tutti i Paesi di tale area si aggiunsero alla fila degli Stati che hanno motivo di bussare in cerca di aiuti alla porta delle organizzazioni internazionali e dei Paesi sviluppati dell’Occidente. Anche questo ha contribuito a ridurre le risorse disponibili per l’Africa Nera e agli altri Paesi del cosiddetto “Quarto Mondo”, ossia quelli ultra-poveri. Ciò fece cadere in particolare l’Africa dentro una spirale di sottosviluppo che alla fine del decennio sembrava irrefrenabile.

Ovviamente opposta la situazione degli Stati Uniti, il grande vincitore della “guerra fredda”, la cui economia – dopo una fase di rallentamento all’inizio del decennio, verso la fine del mandato presidenziale di George Bush senior – per tutto il resto degli anni Novanta fece registrare, sotto la presidenza di Bill Clinton, un periodo di “boom” ininterrotto (il che spiega tra l’altro perché all’interno degli USA la popolarità di Clinton non venne mai meno, nemmeno nei periodi in cui nel resto del mondo egli veniva criticato o anche censurato per alcune sue debolezze personali). La prosperità americana ebbe soprattutto un effetto di traino sulla Cina, di cui gli Stati Uniti sono il secondo partner commerciale dopo il Giappone, e su diversi Paesi asiatici di nuova industrializzazione. Questi ultimi però nel 1997 caddero in una grave crisi finanziaria dovuta a un’eccessiva dilatazione del credito e quindi all’indulgere delle banche a prestiti azzardati che poi si rivelarono inesigibili. Scoppiata in Thailandia, la crisi si ripercosse anche nel Giappone, seconda potenza industriale del mondo, che molti speravano potesse fare da traino per trascinare l’intera regione fuori dalla crisi. Invece nel 1998-’99 il Giappone dovette fare i conti con una fase di recessione economica e crisi finanziaria come non ne registrava dalla fine della Seconda guerra mondiale nel 1945.

Italia: La fine della “Prima Repubblica”

Il grande evento politico dell’Europa degli anni Novanta fu il trattato, approvato a Maastricht (Paesi Bassi) nel 1991 e ratificato nel 1992, con cui la Comunità Economica Europea, CEE, si trasformò in Unione Europea, UE. Elaborato in diversi anni di lavoro, il trattato di Maastricht pose le basi per la creazione non più di una semplice unione economica ma di un’unione politica dei Paesi che ne fanno parte, saliti a 15 dai 6, tra cui l’Italia, che erano al momento della firma del precedente trattato istitutivo (Roma, 1957). Pensato quando ancora l’Europa era divisa dalla “Cortina di Ferro”, avendo quindi per orizzonte la sola Europa Occidentale, il trattato di Maastricht ebbe la ventura di entrare in vigore proprio mentre la situazione veniva radicalmente mutata dalla ricomparsa sulla scena dell’Est europeo. Essendo stata ritenuta impossibile la sua totale riformulazione, il trattato venne ugualmente approvato, ma da subito palesò i suoi inevitabili limiti. Anche per questo nel corso di tutto il decennio il processo di sviluppo dell’Unione Europea non smise mai di essere lento e faticoso.

Un punto-chiave del trattato di Maastricht fu la creazione della moneta unica europea, poi chiamata euro, da cui però la Gran Bretagna si dissociò immediatamente. La vicenda fece di nuovo emergere gli aspetti specifici della presenza nell’Unione di un Paese che è sostanzialmente legato più agli Stati Uniti che all’Europa, e che anche per questo non intende contribuire al formarsi di una valuta che obiettivamente sfida il predominio mondiale del dollaro. Divenuto moneta legale (anche se non visibile al pubblico poiché la circolazione monetaria corrente avveniva ancora nelle valute nazionali) il 1° gennaio 1999, l’euro perse quasi subito valore rispetto al dollaro continuando a deprezzarsi in tutti mesi successivi dell’ultimo anno del decennio.

In Italia gli anni Novanta videro la fine della “Prima Repubblica”, anche se nel 2000 il passaggio alla “Seconda Repubblica” era ben lungi dall’essere compiuto. Tutto cominciò nel febbraio 1992 quando Mario Chiesa, presidente a Milano del Pio Albergo Trivulzio, la maggiore casa di riposo per anziani della città, venne arrestato mentre incassava una “tangente” da un fornitore dell’istituto. Un gruppo di magistrati, quasi tutti vicini al PCI e ad altre formazioni minori dell’opposizione di sinistra, e che poi la stampa battezzò pool “Mani Pulite”, si gettò sulla vicenda. Così da questo caso derivò una grande inchiesta sulla corruzione nel mondo politico che nell’arco di due anni portò allo sfaldamento della Democrazia Cristiana, DC, partito di maggioranza dal 1948, e del suo principale alleato, il Partito Socialista Italiano, PSI. Venne invece quasi del tutto risparmiato dalla valanga di “Mani Pulite” il Partito Comunista Italiano, PCI, che tra l’altro nel 1991 aveva tempestivamente abbandonato l’ideologia marxista assumendo il nuovo nome di Partito democratico della Sinistra, PdS.

Se per le cronache “Mani Pulite” fu la causa della fine della “Prima Repubblica”, in prospettiva storica appare evidente che al contrario ne fu l’effetto. Il confine tra le due aree d’influenza americana e sovietica nel caso dell’Italia correva all’interno del Paese coincidendo in larga misura con quello tra una maggioranza e rispettivamente una minoranza che dovevano restare tali per volontà non solo degli elettori ma anche delle due grandi potenze. Ne derivava un sistema di democrazia bloccata in cui entro certi limiti la corruzione non poteva che attecchire con particolare facilità. Finita la guerra fredda e quindi venuto meno il collante che lo teneva insieme, il sistema italiano di democrazia bloccata era pronto a crollare al minimo urto. Perciò l’arresto di Chiesa provocò una reazione a catena che nelle precedenti circostanze non sarebbe affatto avvenuta. Seguirono nel 1994 l’entrata sulla scena politica di Silvio Berlusconi, la nascita e il successo elettorale di Forza Italia; poi l’esodo della Lega Nord dalla maggioranza con il conseguente “ribaltone”; quindi le elezioni del 1996 con la vittoria della coalizione di centro-sinistra dell’Ulivo e le successive presidenze del Consiglio di Romano Prodi (dal 18 maggio 1996) e di Massimo D’Alema (dal 21 ottobre 1998), che giunse alla fine del 1999 ancora in carica ma indebolito da una crisi scoppiata il 12 dicembre e risoltasi il giorno 22 con l’uscita dalla maggioranza del sen. Cossiga e con un rimpasto di governo. Poche settimane dopo la crisi si riapre per concludersi il 3 maggio 2000 con l’entrata in carica di un nuovo premier, il post-socialista Giuliano Amato. Il decennio si concluse tuttavia senza alcuna rilevante attuazione di quelle radicali riforme istituzionali della Repubblica all’insegna del federalismo e dell’autonomia che sono all’ordine del giorno dal 1991.

Il fallimento storico delle ideologie e le sue conseguenze

Al di là dei grandi eventi politici, sul piano sia della cultura che dell’esperienza quotidiana la vita dell’uomo degli anni Novanta venne influenzata da due grandi svolte storiche: il fallimento del comunismo marxista e la globalizzazione dell’economia.

Segnando la fine di un tipo di speranza nella politica che durava dai tempi della Rivoluzione Francese, dunque da almeno 200 anni, il fallimento del comunismo marxista ebbe conseguenze più che proporzionali all’entità della cosa in sé. Ne derivò infatti un disincanto nei confronti della politica, e più in generale nei confronti di qualunque esperienza e valore che non siano riconducibili al singolo individuo. Nel campo del pensiero ciò condusse all’apice la crisi del concetto e del valore della verità, che per decine di secoli era stato al centro della cultura umana. Quantomeno a livello dei luoghi comuni della cultura corrente, su cui perlopiù si basa la comunicazione di massa, non ebbe più diffusa cittadinanza l’idea che si possa riconoscere che qualcosa è vero o viceversa falso per tutti, quindi buono o viceversa cattivo per tutti. Si cominciò anzi a pensare che la stessa ricerca della verità fosse non soltanto inutile ma anche pericolosa ritenendo che potesse condurre alla pretesa da parte di alcuni di imporre la loro “verità” a danno di quella degli altri. Si pensò dunque che la rinuncia a una tale ricerca fosse una garanzia di tolleranza e quindi di pace. La cultura predominante puntò in alternativa a una semplice ricerca di regole comuni, riflesso dei valori che in ogni momento risultano più largamente condivisi. I risultati di tale scelta non confermarono però affatto le speranze che in essa si ponevano: se infatti non sono un riflesso del comune riconoscimento di una verità, i valori comuni finiscono per essere definiti dal potere, sia esso politico o para-politico (come è ad esempio quello di chi ha il controllo culturale dei grandi mezzi di comunicazione di massa). Il risultato finale non è dunque una maggiore libertà, ma anzi un’oppressione poco visibile e in effetti senza molte vie di scampo.

In tale contesto l’esaltazione incondizionata dei progressi della scienza e l’immediata e acritica accettazione di qualsiasi novità tecnica rischiano di diventare un incongruo surrogato planetario della ricerca del significato della vita e delle cose, e quindi di ogni autentica crescita umana. Ciò porta con sé anche uno sproporzionato consenso per qualunque cosa si dica, si faccia e si usi negli Stati Uniti, ossia nel Paese in cui è attualmente concentrato il grosso dell’innovazione tecnica. Questo grande Paese che, come ogni altra potenza divenuta egemone nella storia, spesso abusa del proprio potere, cionondimeno agli occhi di molti resta sempre un “gigante buono” che indica per il bene di tutti la via del futuro.

Di fronte a questo storico naufragio dei principi di verità e di ragione, che stanno alla base della cultura occidentale, paradossalmente venne in loro aiuto la Chiesa, ossia proprio l’istituzione che da due secoli, ossia dall’inizio del ciclo storico conclusosi nel 1989-1991, veniva accusata di esserne il principale nemico. Con le sue due encicliche Veritatis splendor (Lo splendore della verità), pubblicata il 6 agosto 1993, e Fides et ratio (Fede e ragione), pubblicata il 14 settembre 1998, non solo da teologo ma anche da filosofo Giovanni Paolo II riaffermò proprio l’importanza della ricerca della verità tramite la ragione. D’altra parte gli effetti distruttivi della convivenza umana, che sono insiti nella cultura di massa predominante negli anni Novanta, ebbero un impatto assai inferiore al prevedibile in primo luogo perché, nelle più diverse circostanze e luoghi del mondo, moltissime persone e famiglie continuarono o ripresero a vivere sulla base di valori e di criteri diversi da quelli perlopiù affermati da tale cultura.

Da un punto di vista culturale il fallimento del marxismo, e quindi dell’ateismo “scientifico” che ne era un elemento essenziale, confermò pure che il senso religioso non è l’esito di un certo tipo di economia e di società bensì un elemento connaturato dell’animo umano. Sia in Occidente che nel resto del mondo di cultura europea il vuoto spirituale che ne derivò venne colmato in parte da un ritorno alla tradizionale fede cristiana, e in parte da nuove forme di religiosità. Recuperando in tutt’altro contesto filosofie religiose orientali come il buddismo e lo zen oppure l’antica eredità della “gnosi”, queste “nuove religioni” (che preconizzavano l’avvento della “new age”, cioè di una “nuova era”) promettevano un benessere spirituale per così dire autoprodotto e autogovernato. A questo fenomeno fece riscontro un ulteriore sviluppo della “nuova evangelizzazione” promossa da Giovanni Paolo II: un processo che trovò nelle Giornate Mondiali della Gioventù le sue tappe più notevoli e spettacolari, e nel Grande Giubileo del 2000 il suo evento culminante.

Nel resto del mondo però la rinascita religiosa prese anche le fattezze del fondamentalismo, spesso strumentalizzato a fini politici. Se al riguardo più nuovo – e per certi versi inaspettato – fu l’emergere del fondamentalismo indù, espresso da un partito che giunse a conquistare il governo dell’Unione indiana, comunque più rilevante fu il caso del fondamentalismo islamico, presto divenuto un grave fattore di instabilità per singoli Paesi e per il mondo in generale. Anche se affondava le radici in movimenti sorti già da molti anni, è nell’ultimo decennio del secolo che il fondamentalismo islamico esplode su scala mondiale. Principalmente per due motivi: la guerra in Afghanistan e la guerra del Golfo.

La resistenza delle varie fazioni di mujaheddin all’invasione sovietica (1979) attirò il sostegno economico e militare degli USA – e dei Paesi occidentali in generale – che permise loro di mettere finalmente in fuga l’Armata Rossa (1989). Ma la liberazione dall’invasore segnò anche l’inizio di una guerra civile fra le varie fazioni che continuò fino a entrare nel nuovo millennio. Nel frattempo molti che avevano combattutto volontariamente in Afghanistan nel nome dell’islam, “esportarono” l’esperienza formando delle vere e proprie brigate islamiche internazionali che da allora saranno ritrovate a combattere in ogni parte del mondo dove c’era una presenza islamica: dalla Bosnia alle Filippine, dal Medio Oriente alle Molucche. Peraltro l’Afghanistan ancora dominato dai signori della guerra e i campi profughi afghani in Pakistan (circa 2 milioni di rifugiati) fungevano da terreni ideali per l’addestramento, religioso e militare.

La Guerra del Golfo del 1991, con la grande coalizione messa in piedi dall’allora presidente americano George Bush per punire l’Iraq che aveva invaso il Kuwait, diede un altro contributo alla causa del fondamentalismo. Gli appelli alla “guerra santa” contro l’Occidente da parte del rais iracheno Saddam Hussein, non cambiarono certo le sorti della guerra, ma contribuirono ad aumentare un atteggiamento di insofferenza nei diversi Paesi musulmani. Va a questo proposito ricordato che proprio nella Guerra del Golfo vanno ricercate le radici del terrorismo internazionale islamico, il cui principale ideologo e finanziatore è stato indicato in Osama Bin Laden. Il miliardario saudita, per lungo tempo filo-americano, divenne il più acerrimo nemico degli Usa perché scandalizzato dalla presenza e dell’attività delle loro truppe sul suolo saudita: una profanazione agli occhi di chi, come lui, pretende che tale territorio sia per intero un luogo santo dell’islam (una pretesa che in realtà non trova alcun fondamento né nel Corano né nell’ortodossia islamica). Così negli ultimi anni del secolo sono stati compiuti tra i più gravi attentati anti-americani. A ciò ha di fatto paradossalmente contribuito anche il crollo del marxismo. È accaduto infatti l’islam – soprattutto nella sua versione fondamentalista – in molti paesi musulmani lo ha sostituito quale speranza di riscatto per le masse povere.

Globalizzazione e nuova economia

Nel corso del secolo XX si è concluso un tempo, quello dell’economia centrata sull’agricoltura e quindi della cultura contadina, che durava dal neolitico superiore, dunque da circa 10-12mila anni. Già questo basterebbe a rendere ragione delle tempeste storiche che l’hanno squassato. Non solo: l’economia industriale classica, basata sul lavoro di fabbrica e sulla produzione di massa di manufatti poco differenziati (che l’aveva via via sostituita e che sembrava dover diventare la bas di una nuova cultura di lunga durata) ha compiuto l’intera sua parabola nell’arco del secolo. La civiltà della meccanica e delle manifatture – che nel 1900 si era tanto orgogliosamente celebrata con l’Esposizione Universale di Parigi – negli anni ‘90 del secolo era già al tramonto. Al suo posto si affermavano una nuova economia e una nuova società post-industriali, causa ed effetto di un’inattesa globalizzazione socio-economica su scala planetaria. Nata come esito spontaneo di potenti processi di sviluppo sia delle tecniche che dei mercati finanziari, la globalizzazione trovò comunque un suo primo alveo istituzionale nel 1995 quando l’Accordo Generale sulle Tariffe e sul Commercio, GATT – che era stato creato nel 1947 nel quadro della risistemazione postbellica del commercio internazionale – venne sostituito dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, WTO/OMC. La nascita del WTO/OMC, cui alla fine del decennio già aderivano 131 Paesi, segnò il riconoscimento generale del fatto che nel mondo contemporaneo non esiste più alcuna effettiva sovranità economica nazionale poiché l’intero processo internazionale di produzione di beni e di servizi è divenuto un sistema del tutto intercomunicante. La dura contestazione popolare, che a Seattle (USA) accompagnò nel dicembre 1999 l’assemblea generale del WTO, dette tutta la misura di quanto ancora si doveva fare per giungere a un assetto della globalizzazione che fosse soddisfacente dal punto di vista dell’insieme dell’economia e della società internazionali e non solo di quei suoi settori che in ogni momento dato si trovano in una fase di grande espansione.

La globalizzazione fu in via principale l’esito del combinarsi di due fatti: da una parte un rapidissimo sviluppo tecnico grazie a cui il prezzo della teletrasmissione non solo di conversazioni telefoniche ma anche di dati e immagini scese a livelli irrisori; dall’altro l’ormai consolidata presenza sul mercato di calcolatori portatili a memoria autonoma messi in vendita a prezzi accessibili a un vasto pubblico. Prodotto dalla IBM, il primo “personal computer” apparve sul mercato statunitense nell’agosto 1981, dotato di un software fornito alla grande società da Bill Gates, l’uomo che nel 1986 fonderà la Miscosoft. Fu però grazie soprattutto alla Apple e a poi alla stessa Microsoft – cui si deve la definitiva trasformazione dei programmi dei calcolatori in prodotti di largo consumo – che la sopraggiunta enorme capacità di telecomunicazione istantanea a basso costo poté trovare sbocchi relativamente illimitati. La telematica entrò pertanto nelle piccole imprese, negli studi professionali, nelle scuole e nelle famiglie cessando così di essere un’esclusiva delle università e delle grandi imprese. Un elemento-chiave di tale sviluppo fu poi l’apertura al pubblico di Internet, una rete di trasmissione dati tramite computer creata originariamente dagli Stati Uniti per scopi militari: nel 1998 a questa rete erano già collegati circa 40 milioni di utenti in 147 diversi Paesi del mondo. All’inizio degli anni Novanta, la Microsoft cominciò a mettere sul mercato i Windows (parola che letteralmente significa “finestre”), una serie di sistemi operativi per piccoli computer a memoria autonoma che ebbero un enorme successo, tanto che si calcola venissero ben presto installati nel 90% dei computer di questo genere allora esistenti. Quando poi, nell’anno da cui prende il nome, giunse sul mercato Windows.95, un sistema molto completo e già predisposto per il collegamento a Internet, la globalizzazione cominciò a diventare un fenomeno che riguardava non più solto singoli settori dell’economia e della società bensì il mondo nel suo insieme.

Ma non fu soltanto una questione economica. La fine della “guerra fredda” faceva emergere nuove domande, culturali e politiche. Nuovi soggetti statali reclamavano il rango di potenza, magari regionale: superati i tabù della Seconda guerra mondiale, Giappone e Germania reclamavano un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu; India e Pakistan sfidavano il club delle potenze nucleari, facendo a loro volta esplodere le proprie bombe (come test); la Cina diventava sempre più aggressiva nel tentativo di affermarsi come potenza regionale; regimi liberati dal peso dello “scontro tra blocchi” (dalla Corea del Nord all’Iraq e all’Iran) tentavano la propria strada verso una politica di potenza. E il tanto sbandierato Nuovo Ordine Mondiale rimaneva poco più di uno slogan. Così, mentre gli Stati Uniti tentavano di ridefinire il proprio ruolo come unica super-potenza, si affermava l’ipotesi di rafforzare il ruolo delle Nazioni Unite. Cosa che in qualche modo è avvenuta attraverso l’accresciuto potere delle diverse agenzie dell’Onu, che si trovarono a organizzare una serie di Conferenze e summit internazionali che hanno caratterizzato l’ultimo decennio del secolo: da quella di Rio de Janeiro sull’ambiente (1992) a quella di Vienna sui diritti umani (1993), da quella del Cairo su popolazione e ambiente (1994) a quella di Pechino sulle donne (1995), da quella di Copenaghen sullo sviluppo sociale (1995) a quella di Roma sull’alimentazione (1996). Questo ciclo di conferenze – destinato a perpetuarsi con le verifiche quinquennali – era attraversato da un filo rosso che è servito a creare una sorta di “Costituzione sui generis” che ha introdotto concetti divenuti “globali”: sviluppo sostenibile, salute e diritti riproduttivi, e così via. Un risultato di fondo – peraltro molto discutibile – ottenuto dalle Conferenze Onu è stato il sancire a livello internazionale una visione essenzialmente negativa della popolazione e dell’attività umana, additata a fattore di inquinamento, di sottosviluppo, di mancanza di risorse. E’ l’esito di una massiccia propaganda che per oltre quarant’anni ha sbandierato il pericolo di una catastrofe globale provocata da una presunta incontrollata esplosione demografica planetaria. In realtà, come tra l’altro si ricava dalla lettura dei rapporti presentati alla Conferenza del Cairo, nel secolo appena trascorso il rapido aumento della popolazione mondiale non è stato affatto una “esplosione”, ma semplicemente una fase di transizione demografica, tendente naturalmente alla stabilizzazione come tutti gli analoghi fenomeni che in precedenza si sono registrati nelle storia. Le statistiche demografiche sono però state strumentalizzate da interessate lobby culturali, politiche ed economiche, la cui tesi finale (diminuire la popolazione per aumentare lo sviluppo) viene peraltro contraddetta dall’esperienza di tutti i Paesi sviluppati, il cui tasso di natalità è invece diminuito come conseguenza naturale dello sviluppo. E’ quindi lo sviluppo che riduce la natalità e non viceversa. Anche questo aspetto dimostra come le Conferenze dell’Onu siano così diventate un’embrione di quella “global governance” (governabilità mondiale), che veniva considerata inevitabile per superare le contraddizioni degli Stati-nazione. Ma nuovi strumenti facevano nascere nuove domande, in questo caso sul futuro della democrazia, visto soprattutto che questo nuovo corso dell’Onu procedeva sotto la guida di agenzie e burocrazie che sfuggivano al controllo degli elettori.

Apertosi con grandi speranze il decennio Novanta si chiuse così non con grandi delusioni, ma con una più piena consapevolezza della complessità dell’opera di riorganizzazione e di maturazione della convivenza umana che l’enorme sviluppo delle tecniche impone come impegno urgente all’uomo del secolo XXI.


Una risposta a Fatti e idee del Novecento uno sguardo d’insieme

  1. tonino ha detto:

    Non si può non essere d’accordo con il “great common sense” che è la linea guida di questo saggio! Poi ognuno di noi vede le sfumature concettuali con quello che io chiamo il “grado di daltonismo personale”…e se ne può discutere. Ma come di una…gradazione cromatica, riferita (secondo me) all’ennesima fase di passaggio (alba o tramonto?) del genere umano (o “legno storto dell’umanità” ?). Chi può contare sulla Fede, valuterà un chiarore ancora indistinto come l’annuncio di un nuovo giorno; altri rimarranno in attesa dell’evoluzione di quel bagliore, altri ancora penseranno al tramonto che precede un buio definitivo…
    E’ l’uomo che decide il proprio destino o sono le circostanze che decidono della vita dell’uomo?

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