Intervento nel dibattito su cultura e egemonia della sinistra

Libero, 7.V.2006

Volentieri intervengo nel dibattito su cultura e politica che, iniziato sul Domenicale, continua ora su Libero, e come prima cosa vorrei dire: lasciamo stare Gramsci. Non si tratta tanto di sostituire un’egemonia con un‘altra, la loro con la nostra. La questione in fondo attiene piuttosto alla democrazia. Come tutti sappiamo, un insieme molto efficace di meccanismi selettivi ha fatto sì che nel nostro Paese (ma non solo) l’ordine costituito della cultura “ufficiale”, tanto di élite quanto di massa, non corrisponda affatto all’assetto reale delle culture, delle visioni del mondo in cui si articola la società civile. La ribalta delle università, della stampa, delle Tv è riservata in via quasi esclusiva alla cultura post-giacobina nelle sue diverse varianti. Le culture di altro orientamento, benché in realtà siano le più diffuse, restano in larga misura tra le quinte. Chi vi si riconosce viene perciò spinto a ritenerle come qualcosa di privato, se non qualcosa che è meglio tenersi per sé: un’autocensura di cui molti riescono a liberarsi solo nel segreto della cabina elettorale. La maggioranza della gente viene insomma schiacciata dalla cultura “ufficiale”, il cui vero padrone non è di certo il povero Berlusconi bensì la varia ma in sostanza concorde comitiva che va da Nanni Moretti a Maurizio Costanzo. Tra un prigioniero dell’ideologia come Moretti e un maestro di nichilismo come Costanzo, infatti, i punti di partenza sono diversi ma il punto d’arrivo è lo stesso.

Mingardi ha ragione quando su Libero dello scorso 18 aprile scrive che la battaglia per la liberazione dall’odierna cultura unica “non la si fa con Berlusconi, anzi: se non contro la si fa comunque lontano da lui”. Per parte mia direi: la si fa senza stare ad aspettare che la faccia lui. E’ vero infatti che questa battaglia a Berlusconi non interessa. La riprova è che non l’ha combattuta nemmeno in casa sua: l’omologazione di Mediaset alla cultura unica cominciò quasi subito e oggi è in larga misura compiuta (salvo la…riserva indiana anche un po’ patetica del telegiornale di Emilio Fede). Come mai se ne disinteressa? Perché, considerati i suoi anni e la “tabella di marcia” che si è data, Berlusconi preferisce non spendere tempo ed energie in un’operazione che giudica ardua e soprattutto di troppo lungo periodo. Punta piuttosto a scavalcare i media e l’intellighenzija puntando sulla sua grande capacità di comunicazione con la gente comune, che a ragione lo sente vicino a sé. Se questo era già un suo evidente convincimento prima della recente campagna elettorale figuriamoci adesso, dopo lo straordinario exploit personale con cui ha rimediato da solo all’incombente disfatta della Casa delle Libertà trasformando in una sconfitta ai punti il knock out che si stava prospettando. Purtroppo però in questo modo si possono vincere le battaglie, ma poi di solito si perdono le guerre. Le grandi opere e le grandi riforme del suo governo rimaste a mezzo, dalle infrastrutture alla scuola, lo dimostrano. Riesci magari a dare la spallata in Parlamento, ma poi non sei in grado di dare con efficacia legittimità culturale alle tue scelte, né di superare le resistenze della burocrazia ministeriale, né di demolire le campagne denigratorie degli “addetti ai lavori”, nemici per natura di qualsiasi vera riforma. Per farlo ti mancano gli esperti, ti manca la capacità di ottenere un consenso di massa attivo e informato, ti mancano i canali giusti per fare della comunicazione alternativa, tutte cose che non si improvvisano.

Come venirne fuori? Oggi la politica è troppo chiusa entro obiettivi di breve periodo. Non possiamo quindi aspettarci che i nostri arrivino dal Palazzo: non possono che arrivare dall’economia, dal mondo dell’impresa. D’altra parte non siamo proprio all’anno zero, come la stessa esistenza di questo giornale dimostra. Si tratta di procedere nel completamento del sistema. In tale prospettiva oggi la lacuna è soprattutto nel campo della cultura, dello spettacolo e dell’informazione rivolte al pubblico non militante e alle famiglie. Ci vorrebbe una rete televisiva (non solo una testata giornalistica tv), ci vorrebbe una flotta di periodici capaci di proporre non solo dei giudizi politici ma anche una cultura autenticamente popolare, una mentalità, un modo di vedere le cose della vita di ogni giorno: un insieme di media orientati a un messaggio positivo nei confronti della realtà e della capacità dell’uomo di guardare in alto e di essere all’altezza delle sfide che la vita gli pone; capaci di valorizzare efficacemente tutto il meglio che si ritrova nella società italiana. Questo ovviamente implica dei notevoli investimenti. Non credo però che oggi in Italia manchino risorse potenzialmente disponibili per una tale impresa. Manca piuttosto la volontà di avviarla, o forse la fiducia nelle sue possibilità di successo.

Robi Ronza

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