Qualche nota in tema di educazione e di “filosofia” del lavoro

Intervento al seminario “Sussidiarietà”, Belo Horizonte (Brasile), 20 aprile 2007

Mi è stato chiesto di parlare di esperienze politiche in tema di solidarietà e di educazione dei giovani con riguardo a quanto si sta facendo in Italia, e in particolare in Lombardia.

Direi che un frutto importante di questa politica l’avete già sentito descrivere quando ha parlato Angelo Candiani ( il quale aveva poco prima illustrato l’esperienza dell’Associazione Scuole Lavoro dell’Alto Milanese, Aslam, un centro di formazione professionale con sede a Busto Arsizio, Varese, di cui è uno dei fondatori. Ndr). Prima di entrare nel dettaglio delle cose che stiamo facendo, mi permetterò tuttavia di fare qualche premessa di tipo teorico. Quella che stiamo sviluppando in Lombardia è un certo tipo di scuola professionale, fondata su una certa “filosofia” del lavoro: quindi è interessante dire qualcosa su questa “filosofia”. D’altra parte ritengo che quello di rendere ragione dell’origine delle cose sia un compito e un dovere tipici di noi europei, che viviamo dove si è svolta quella maggior parte della storia dell’Occidente che ha avuto luogo fino a quando — con la scoperta delle Americhe e poi con la colonizzazione dell’Oceania e di altre parti del mondo — il teatro della civiltà dell’Occidente è divenuto intercontinentale.

La prima questione che ci si deve porre è che cosa intendiamo per lavoro, quale giudizio diamo sul lavoro. Nelle culture antiche il lavoro era considerato un obbligo servile, una cosa da schiavi. Con il Cristianesimo il lavoro comincia a cambiare significato: diventa partecipazione all’opera creatrice di Dio. Questo è un cambiamento molto importante. Nell’arte dell’antica Roma non trovate mai statue che rappresentino gente al lavoro. L’unica eccezione era il dio Vulcano, il dio-fabbro che fabbricava le armi; in questo caso il lavoro veniva per così dire riscattato dalla nobiltà di ciò che veniva prodotto (per ovvie necessità di sopravvivenza nel mondo antico l’attitudine militare, l’essere guerrieri, era di primaria importanza).

Con il Cristianesimo invece il lavoro diventa partecipazione all’opera del Creatore acquistando così un’alta dignità che prima non aveva affatto. Non mi ricordo in questo momento se nell’iconografia dell’arte di età barocca — quella di cui ci sono grandi esempi anche qui da voi — abbia perdurato il tipo iconografico de “I mesi dell’anno”. In Europa “I mesi dell’anno” si ritrovano in un gran numero di chiese di epoca romanica e anche gotica. Uno dei più famosi e begli esempi de “I mesi dell’anno” è il ciclo di sculture del grande Benedetto Anelami (circa 1150-1230) che si trova nel battistero della cattedrale di Parma, una città dell’Italia settentrionale. Se vi capiterà di venire in Italia non mancate di andare a vederlo. Ne “I mesi dell’anno” ogni mese è rappresentato da un uomo, di regola un giovane, intento a un lavoro agricolo tipico del mese così rappresentato, dall’aratura al raccolto delle messi. Nel caso de “I mesi dell’anno” dell’Antelami si vede bene che l’uomo è sempre lo stesso. Come mai? E’ sempre lo stesso perché rappresenta Dio che lavora con gli uomini.

Se la cultura e la civiltà dell’Occidente – della quale voi latinoamericani siete parte non meno di noi europei — si sono tanto sviluppate, obiettivamente di più di ogni altra cultura e civiltà, ciò si deve in larga misura alla convinzione che lavorando l’uomo partecipa all’opera e all’attività creativa di Dio. L’Occidente non è diventato più forte perché è più aggressivo. E’ diventato più forte perché ha superato molte cruciali tappe storiche prima degli altri, dalla scoperta del valore della ragione e della storia, avvenuta già all’epoca della Grecia antica, all’elaborazione del diritto romano, allo sviluppo straordinario di scienze e di tecniche che inizia in realtà non nell’età moderna ma molto prima, già nel Medioevo. A tale sviluppo il cristianesimo ha dato un contributo determinante, tra l’altro con il suo giudizio positivo sul lavoro, che peraltro è un riflesso del suo giudizio positivo sulla materia.

Alla radice di tale giudizio sulla materia c’è il mistero dell’Incarnazione: se Dio si è incarnato, la materia è una cosa buona. Tra le grandi fedi religiose il cristianesimo è in pratica l’unico ad avere un giudizio positivo sulla materia. Tale giudizio è particolarmente negativo nel caso delle religioni che non hanno in Abramo il loro padre comune, le quali in genere mirano non all’accoglienza bensì al distacco dalla materia. E se il distacco della materia diventa l’ideale, allora perdono significato e quindi perdono spinta anche la ricerca scientifica e il perfezionamento tecnico.

Un altro grosso vantaggio che ci è venuto dalla cultura cristiana è la sua gnoseologia, insomma la sua concezione del rapporto con la realtà. Se la realtà è frutto di un creatore buono, merita ammirazione e ha una logica. In ultima analisi, per dirla con antiche parole greche, è Cosmos e non Caos. Questa sua logica si trova non soltanto nell’insieme ma anche in tutti i dettagli. Anche i dettagli della realtà sono frutto di un’opera intelligente. Quindi se uno fa un lavoro anche molto specifico, attraverso quel lavoro specifico raggiunge tutta la realtà.

Questo modo di vedere la realtà ha subito un duro colpo con l’Illuminismo, e con i grandi precursori dell’Illuminismo come innanzitutto il filosofo Cartesio. Con Cartesio si comincia a dire che l’inizio della conoscenza non è un atto di ammirazione bensì una presa di distanza dalla realtà. Per conoscere la realtà occorre, se fosse possibile, guardarla dall’esterno. Tutte le culture, le filosofie moderne partono sempre da questa idea che occorre guardare le cose dall’esterno. E ciò ha avuto delle conseguenze anche sul significato del lavoro. Il lavoro è diventato un’attività minore. Perfino nel marxismo, che pretendeva di essere una visione del mondo tutta fondata sul lavoro, il giudizio su di esso non è affatto positivo. Si parla continuamente di lavoratori, ma la speranza di Marx è di liberarli dal lavoro. Tutto questo, nella cultura occidentale contemporanea, ha portato a un indebolimento del significato e del ruolo del lavoro: un’idea che a poco a poco è entrata come un veleno in tutta la società. Nel nostro passato recente siamo arrivati al culmine di questo avvelenamento, dal quale occorre liberarsi al più presto. Nella misura in cui la cultura delle élite è diventata una cultura di massa, questa idea velenosa riguardo al lavoro è diventata cultura di massa. E’ urgente ridare al lavoro il suo ruolo e la sua nobiltà. Abbiamo alle nostre spalle duecento anni, quelli che vanno dalla Rivoluzione francese (1789) alla caduta del muro di Berlino (1989), in cui si è tentato di progredire non tanto col lavoro quanto con la forza. Con la forza politica e con la violenza giustificata da un progetto intelligente: l’idea di Trokskij della violenza come “levatrice della storia”. Anche molto dell’avvelenamento dei nostri rapporti quotidiani nasce dalla diffusione di questa cultura.

Come ho già detto in questi giorni in altra occasione, sono molto colpito da quello che ho visto e incontrato qui da voi perché, a nove mila chilometri dal luogo dove sono nato e cresciuto e dove vivo, vedo che state pensando cose molto simili. Ciò conferma che il bisogno di emanciparsi da questa eredità così velenosa è nello spirito dell’epoca. Lasciatemi dire se c’è un posto nel mondo dove tutto ciò dovrebbe venire sentito con urgenza questo è il Minas Gerais, uno Stato, una terra che prendono il loro nome da un lavoro, il lavoro minerario. Non c’è altro paese al mondo, che io sappia, che prenda il nome da un lavoro, da un’industria nel senso originale della parola. Voi prendete il nome dalle miniere. Ho visto che nel vostro stemma ci sono i simboli dei minatori, il piccone del minatore. Non si può prendere sotto gamba il nome del proprio paese, del proprio stato. Nella misura in cui avete o ritrovate la coscienza della vostra tradizione, della vostra storia la riscoperta del carattere concreativo e nobile del lavoro può trovare qui da voi una spinta molto più forte che altrove.

Avendo delineato, seppur molto sinteticamente, la visione del mondo cui ci riferiamo, vengo ora a dire qualcosa sulle esperienze di governo che stiamo facendo in Regione Lombardia. Come saprete la Lombardia, la cui capitale è Milano, è la regione più popolosa in Italia con quasi 10 milioni di abitanti su un territorio molto più piccolo del vostro. In Italia abbiamo un rapporto fra popolazione e territorio molto diverso da quello cui voi siete abituati: in Lombardia su 23 mila chilometri quadrati (di cui il 40 per cento è montagnoso) siamo quasi 10 milioni… Questa regione, come molti di voi già sapranno, è il centro socioeconomico dell’Italia. Più o meno in tutti i campi dall’industria alla cultura, dalla finanza all’agricoltura, la Lombardia è la prima regione italiana. In qualsiasi campo il suo contributo all’insieme nazionale è sempre compreso tra il 25% e il 35%. In questa regione ormai da 12 anni c’è un governo — presieduto da un politico molto importante nel nostro Paese, Roberto Formigoni — che ha assunto il principio di sussidarietà quale primo fondamento della sua azione di governo.

Non torno sul principio della sussidarietà perché è già stato abbastanza approfondito qui. Mi limito solo a ricordare che nella misura in cui lo si prende seriamente, costituisce una vera rivoluzione copernicana della politica. Una rivoluzione molto impegnativa, perché è una svolta rispetto al cosiddetto Stato moderno: uno sviluppo delle istituzioni occidentali che, iniziato fra la fine del ‘300 e il’400, dopo aver raggiunto il suo culmine nel secolo XIX ha imboccato ora la via del suo declino. Tutto ciò fa parte della vostra storia perché, come dissi ieri ad alcuni di voi, non è che voi americani avete una storia corta. In quanto occidentali la vostra storia è la nostra; solo che la maggior parte di essa non si è svolta qui ma in Europa.

Beninteso, il tramonto dello Stato moderno sarà un processo lungo e impegnativo, — del quale non penso affatto che noi contemporanei faremo in tempo a vedere la fine – caratterizzato tra l’altro dalla riaffermazione del primato della società civile quale primo motore del progresso. In tale prospettiva le istituzioni sono chiamate innanzitutto a dare sostegno, a dare sussidio, a dare supporto alle energie positive che si muovono nella società civile. E’ un grande e lungo processo cui il nostro governo regionale lombardo è impegnato a dare un suo piccolo contributo. Ieri in altra sede ho parlato della nostra riforma della sanità, che tra l’altro qui è abbastanza conosciuta. Oggi mi soffermo sulla riforma del mercato del lavoro che porta con sé la riforma della scuola professionale. Noi avevamo un mercato del lavoro caratterizzato da una legislazione che stabiliva che il cosiddetto “collocamento”, cioè diciamo l’assunzione delle persone sul posto di lavoro, era monopolio dello Stato. Lo Stato aveva il monopolio del collocamento. E’ una cosa che molti da noi pensano risalga agli anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale quando, caduto il fascismo, in Italia tornò la democrazia e venne istituita la Repubblica. In realtà non è così: il collocamento di Stato era stato introdotto dal fascismo. La Repubblica lo mantenne, lo continuò. Questo collocamento in realtà non funzionava più. Di fatto solo circa il 6% delle persone trovava lavoro attraverso il collocamento di Stato. Abbiamo allora proceduto a una riforma del mercato del lavoro che, inspirandosi al principio di sussidarietà, ha stabilito che si possono occupare del collocamento, cioè della ricerca del posto di lavoro per conto dei lavoratori, anche dei soggetti, delle persone giuridiche, delle società le quali siano accreditate dalla Regione.

Nello stesso tempo è stato affermato un principio che il dovere delle istituzioni non è quello di gestire il collocamento, bensì di garantire (adesso metto un po’ alla prova il mio interprete) la collocabilità. E’ tempo perso cercare lavoro per qualcuno se l’economia non ha posti di lavoro disponibili per questa persona . Allora abbiamo detto: “noi vogliamo creare condizioni di un’occupabilità. Dobbiamo fare in modo con il nostro sistema che la persona sia messa in grado di trovare il lavoro che c’è”. Quindi dal collocamento all’occupabilità, dall’occupazione all’occupabilità. Questo però, evidentemente, implica il problema della formazione professionale. L’economia moderna, come tutti sappiamo, è estremamente fluida. I profili professionali, le occasioni di lavoro, le industrie nascono e spariscono nell’arco di pochi anni. Ai tempi della generazione dei miei genitori, dei miei nonni, uno andava a lavorare a vent’anni (anzi, qualche volta meno) in uno stabilimento e quello stabilimento era il luogo sicuro in cui avrebbe lavorato per tutta la vita. Il territorio da dove viene Candiani è pieno di questi stabilimenti abbandonati, monumentali che hanno degli ingressi molto monumentali perché per la gente del posto erano dei veri monumenti. Impiegavano migliaia di persone e queste persone erano abbastanza certe di continuare a fare quel lavoro durante tutta la loro vita. Non solo gli operai, anche gli ingegneri. Uno usciva dalla Scuola di Ingegneria e con gli stessi studi che aveva fatto all’università, andava avanti per tutta la sua vita di lavoro. Tutto questo non esiste più. Quindi non ha più senso che la formazione sia limitata a un periodo breve della vita. Che uno, nella sua gioventù, si prepari e poi dopo, diciamo, spenda quello ha imparato in tutto il resto della sua vita. Sempre più spesso bisogna aggiornare la formazione. Sia per chi perde il lavoro, sia come spiegava Candiani, sia per chi è al lavoro. Magari il suo imprenditore lo vuole mantenere al lavoro perché stima la sua capacità di lavorare, ma le tecniche sono cambiate e deve essere riqualificato. Quindi fare politica del lavoro oggi vuol dire in larga parte fare politica della formazione professionale. Le due cose si intrecciano ormai. In questa prospettiva abbiamo avviato anche un programma così detto dei “buoni”, detti all’inglese “voucher”. Al lavoratore che ha bisogno di essere riqualificato, si danno dei “buoni” gratuiti che con i quali egli si può pagare la frequenza a un corso di aggiornamento professionale di sua scelta.

Un altro elemento della riforma del mercato del lavoro è la riforma della scuola alla quale stiamo lavorando ( questa riforma è stata poi approvata dal parlamento regionale lombardo agli inizi del mese di agosto. Ndr). Tale riforma della scuola ha implicato un grosso scontro culturale. Dall’idea post-cristiana di relazione con la realtà cui più sopra accennavamo ( si coglie la realtà non perché la si contempla, non perché la si tocca ma nella misura in cui ci se ne discosta ), deriva l’idea che il vero sapere è soltanto filosofico. Attraverso il fare si acquista una pratica, ma non un sapere. Durante il periodo fascista nel nostro Paese, venne compiuta una riforma scolastica, peraltro tecnicamente molto ben fatta, voluta da un ministro della Pubblica Istruzione, Giovanni Gentile, che era anche un filosofo idealista di notevole levatura. In base alla sua filosofia Gentile creò un sistema scolastico in cui sono importanti soltanto i licei, in particolare il liceo classico. La scuola professionale venne invece declassata. Venne tra l’altro chiamata “scuola di avviamento al lavoro”. Quindi già nel nome indicava che era un luogo ove non si insegnava un sapere, ma una pratica.

Caduta nel 1945 la dittatura fascista, la nuova Italia repubblicana e democratica non seppe o non volle riformare il sistema scolastico voluto da Gentile, anche per un motivo paradossale ma vero: la fondamentale prossimità tra l’idealismo di destra di Gentile e l’idealismo di sinistra del Partito Comunista Italiano, la cui influenza in campo culturale era in quegli anni predominante. Nel Partito Comunista scoppiò un dibattito fra chi diceva che per essere veramente popolari bisognava far rinascere la scuola professionale, e chi diceva che per essere veramente popolari bisognava mandare tutti a fare il liceo classico, far diventare tutti professori di Lettere, professori di Filosofia. Purtroppo vinsero quelli che pensavano che essere popolari voleva dire mandar tutti a fare il professore di Filosofia. Così l’opera di demolizione della scuola professionale, cui il fascismo aveva dato inizio, venne completata dalla Repubblica democratica. Poi nel medesimo spirito si aprirono università anche ai diplomati degli istituti tecnici, cioè, delle scuole tecniche più qualificate che erano tuttavia rimaste. Così facendo li si distrusse perché l’istituto tecnico cominciò a trasformarsi in una specie di liceo, ovvero in una scuola che non dà più una formazione compiuta ma che prepara all’università. La falcidie però arriva dopo, negli anni all’università dove il 70% delle persone che si scrivono al primo anno non arrivano alla laurea. Adesso ci troviamo così nella necessità di importare ingegneri indiani perché ci mancano ingegneri. Ci mancano tecnici, periti industriali e così via.

Il secondo governo Berlusconi (2001-2006) aveva varata una riforma per riorganizzare la scuola secondo il cosiddetto modello dei due canali che, dal nome del ministro che la presentò, è comunemente nota come “riforma Moratti”. E’ il sistema che si usa in Svizzera, in Austria e in Germania. I due canali sono: il canale professionale e il canale liceale, pre-universitario. I due canali devono essere di equivalente valore. Cioè la scuola professionale non deve essere la scuola di secondo livello. Devono esserci poi la possibilità di passare da una scuola all’alta, da un canale ad altro, se lo studente lo decide, ma la scuola professionale deve essere qualificata, deve avere un buon ruolo sociale, gli insegnanti devono essere motivati. Pensate che in Svizzera, in Germania e in Austria su cento diplomi di scuola media superiore, soltanto circa 30, 35% sono liceali ossia pre-universitari. Gli altri 65, 70% sono professionali. Poi in quei paesi esiste anche scuola superiore universitaria professionale che crea un titolo universitario professionale.

Il governo di centro-sinistra presieduto da Romano Prodi, che è subentrato nel 2006 al governo di centro-destra di Berlusconi, ha però bloccato la “riforma Moratti”. Ciononostante, facendo lega sulle competenze che le Regioni hanno nella materia, la Lombardia sta cercando ugualmente di sviluppare il cosiddetto secondo canale, cioè la scuola professionale.

Scuola professionale qualificata, flessibile e strettamente collegata con la società civile il che presuppone che non sia l’Istruzione che fa la scuola ma che la scuola sia una scuola di tipo di quelle che ha presentato prima Angelo Candiani, cioè molto legata alla società civile, molto flessibile. S’intende dare a questo canale, sempre nei limiti di quanto possiamo, una qualità paragonabile a quello dei licei. Ciò presuppone un grosso lavoro di promozione culturale perché, a parte territori come quello dove viviamo Candiani ed io, nei quali la cultura del lavoro è di per sé così forte da scavalcare qualsiasi ostacolo, nel resto del nostro paese questo tipo di mentalità o viene facilitata da un certo tipo di politica e di mobilitazione culturale o non va avanti. Si tratta anche di ripercorrere la storia, la letteratura per rivalorizzare il ruolo che la cultura del fare ha avuto nella storia dell’Occidente. Nel vostro caso ciò vorrebbe dire riprendere le mosse dalla cultura mineraria, ricominciare a ripercorrere la vostra storia a partire da lì. L’altro giorno, trovandovi a visitare Ouro Preto, la vostra antica bellissima capitale,  sulla facciata della sede della storica Scuola Mineraria ho visto uno stemma con un motto in latino chi mi ha colpito e commosso, anche perché non mi aspettavo che dei tecnici minerari del Minas del secolo XVIII conoscessero e apprezzassero il latino al punto da desiderare che la loro scuola avesse un motto in tale lingua. Al di là di questo tuttavia contano le parole del motto “Cum mente et malleo”, con l’intelligenza e con il martello. Questo vuol dire che i vostri antenati, che pure vivevano isolati dal resto del mondo come oggi non siete più, avevano chiara l’idea del sapere che viene dal fare. Se Ouro Preto, città nata sulle miniere e per le miniere, l’avessero costruita le società minerarie inglesi o americane , avrebbero fatto delle case di assi di legno, molto brutte, molto provvisorie, pronte ad essere demolite quando si fosse esaurita la miniera o a divenire delle lugubri e cadenti “ghost towns”. Su analogo spunto e prendendo le mosse da analoghe esigenze i vostri antenati costruirono invece delle bellissime città monunentali che sono il vostro orgoglio ancora adesso! Ciò significa che avete alla vostre spalle una cultura, un pensiero che vanno riscoperti. C’è da fare, per così dire, un lavoro minerario: ritrovare la cultura del fare, la sua dignità, la sua espressione culturale tirandola fuori da questa frana che la cultura illuminista le ha fatto passare sopra. Ci sono da ricostruire le materie culturali a partire da qua. Ricostruire anche, e concludo, la visione generale del mondo a partire da qua.

Perché – ribadisco — se io penso che il mondo sia frutto di un’evoluzione cieca, cioè, sia un caos, non ho nessuna possibilità di dargli un senso e quindi non mi interessa neanche molto. Uso la materie soltanto per guadagnare quello che mi basta per vivere. Ma non mi appassionano queste cose qui. Se, invece, io mi rendo conto che il mondo è frutto di un creatore intelligente e buono, e che in ogni frammento c’è il tutto, (cosa che, se uno fa una riflessione, logicamente se ne accorge; ci sono dei modelli che si ripetono in tutta la natura dentro l’atomo come dentro delle grande ambiti geologici), se nel frammento c’è il tutto, allora ho motivo di vivere in un modo completamente diverso e di lavorare in una maniera completamente diversa.

E questo modo completamente diverso di lavorare è quello, nel caso vostro, che ha prodotto le vostre città monumentali. Coloro che le costruirono aveva a cuore qualcosa gli appassionava di più della loro semplice attività mineraria. Hanno fatto delle città che fossero significative. Come ricostruire allora questa cultura del fare? In primo luogo guardando con occhi nuovi ai prodotti di questa cultura che dal passato sono giunti a noi. Nel vostro caso, secondo me, sono le vostre città monumentali, le opere dell’Aleijadinho, Nossa Senhora de Congonhas. Sono segni questi di una cultura del fare che ha come radici l’idea, la concezione cui prima accennavo. Ci sono poi sull’argomento bellissime pagine dello scrittore francese Charles Péguy. Anche però dove non si conosce Péguy e non ci sono monumenti chiunque ha ogni giorno a portata di mano una grande testimonianza della cultura del fare: la cucina. La cucina è una grande testimonianza della cultura del fare. Non so se voi avete mai osservato che quella di cucinare è un’attività assolutamente umana. Nessun animale cucina! Quindi è strettamente collegata con lo spirito, visto che gli animali non hanno spirito: hanno sensibilità ma non spirito. Se voi prendete in considerazione la tradizione della cucina, ci vedete dentro tutto questo senso della cultura del fare. I cibi che si mangiano sono già commestibili. Li si cucinano per migliorarli, per renderli più gradevoli sia al palato che alla vista; e quest’opera di miglioramento dà sempre dei risultati sorprendenti, anche a partire da materie prime molto povere.

Robi Ronza

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2 risposte a Qualche nota in tema di educazione e di “filosofia” del lavoro

  1. Giorgio Cavalli ha detto:

    E’ una sintesi molto bella, e condivisibile. L’Italia del dopoguerra è stata ricostruita dalle macerie dai nostri padri, che ben conoscevano la cultura del fare e del lavoro, e hanno fatto a tempo a trasmettercene il senso. Forse commettendo l’errore di volerci risparmiare un po’ della loro grande fatica. Così noi, ripetendo acriticamente questa forma di sollecitudine verso i figli, abbiamo voluto risparmiare alle giovani generazioni ogni tipo di fatica, magari in nome delle eguali opportunità o della purezza della cultura. La Cernobyl educativa in cui siamo ora ha poi prodotto una generazioni di ragazzi adolescenti che non amano né la cultura astratta, né tantomeno il lavoro. Almeno apparentemente. Fino a quando dei maestri, rimboccandosi le maniche insieme a loro, non tornino a ridestare il gusto del “lavoro ben fatto”, come diceva Péguy a proposito degli impagliatori di sedie (sua madre era una di loro, per poter mantenere, da vedova, il figlio), e di una cultura che parla della vita. Solo così la scuola e la lezione in classe o in laboratorio potrebbe tornare ad essere “evento”. Come è accaduto per mia figlia, che non ha ancora scoperto il gusto della lettura e dello studio e che nel sistema di istruzione sarebbe probabilmente una drop-out, ma che in una libera scuola professionale, sostenuta dalla Regione Lombardia, ha perlomeno scoperto di avere delle capacità artigianali che corrispondono alla sua grande sensibilità artistica. Tutto ciò a dispetto di quella parte della cultura pedagogica idealistica che vorrebbe – a destra, a sinistra, al centro – una politica scolastica tutta solo liceizzante, anche quando proclama intenti diversi. Resta un problema di stima da parte degli adulti verso quei ragazzi che fanno una tale scelta, spesso circondati da altri ragazzi demotivati e solo parcheggiati per non voler fare nulla. Poi resta aperto il problema dell’occupabilità…

  2. dos Santos Jair Luiz ha detto:

    Sono brasiliano e liberi ricercatore in educazione da 11 anni in Italia. Ho apena finito un libro, dopo 21 anni di ricerca tra Brasile, Cuba e Italia, con circa 120 pagine in cui ho fatto una lettura critica della educazione italiana. Sono stato insegnante d’università in Brasile per molti anni, paese in cui sono laureato e especializato in educazione, ben come Master Educacion per Cuba. Se potrebbe interessare, me serve qualque opinione a riguardo. Saluti prof MSc dos Santos 3887575541

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