Draghi: quello che si spera da lui, e quello che può fare

La grande sfida di Mario Draghi, Corriere del Ticino*, 15 febbraio 2021

Dei 18 Stati dell’«eurozona», ossia dei Paesi membri dell’Ue la cui moneta è l’euro, l’Italia è quello che crescerà meno. Fatto 100 il suo prodotto interno lordo del 2019, quello del 2022 sarà pari a 97,60. Smentire questo recente pronostico della Commissione Europea è la grande sfida che sta di fronte al governo Draghi, in carica a Roma dall’altro ieri.

La graduatoria delle più recenti “Stime del Pil dei Paesi dell’Eurozona”, pubblicate a Bruxelles qualche giorno fa, vede al primo posto l’Irlanda (110,23) e all’ultimo appunto l’Italia, preceduta dall’Austria, dalla Spagna e dalla Grecia. Conta però soprattutto il confronto con gli altri Stati membri di maggiori dimensioni: la Germania (101,8), al nono posto dopo una serie di piccoli Paesi, e la Francia (101,00) al decimo posto. Si tenga poi conto che l’Italia non si era più ripresa dalla crisi del 2008, e che quindi il suo Pil del 2019 continuava a essere inferiore a quello di dodici anni prima. Attraversata al proprio interno dalla linea di demarcazione tra l’area d’influenza americana e quella d’influenza sovietica, l’Italia del tempo della Guerra fredda (1947-1991) riuscì a sfuggire alla catastrofe di una guerra civile chiudendosi in un rigido guscio dirigista da cui però sino ad oggi non è riuscita a liberarsi. Nel mondo globalizzato in cui viviamo tale dirigismo, che a trent’anni dalla caduta del muro di Berlino perdura con tutto il groviglio burocratico conseguente, è divenuto una gigantesca palla al piede. Berlusconi giunse al potere con una solida maggioranza proprio perché aveva promesso di fare una grande “rivoluzione liberale”, ma poi non la fece condannandosi così al declino. Gli altri premier che gli succedettero o si alternarono con lui erano più o meno tutti quanti espressione del gigantesco blocco di interessi burocratici statali e parastatali schierati a difesa dello status quo ereditato dai tempi della Guerra fredda.

Al di là dei grandi squilli di trombe mediatiche che hanno accompagnato la sua nascita, quello di Mario Draghi è un governo di unità nazionale (un tempo si sarebbe detto “di salute pubblica”) che è sorto e che vivrà in forza più di pressioni internazionali che del consenso dei partiti della sua maggioranza, un coacervo di forze diviso in due campi uno duramente opposto all’altro. Tanto più considerando che si prevede duri un anno, o due nella migliore delle ipotesi, è perciò molto difficile che tale governo possa fare quanto a leggere i giornali ci si attende, ossia tutto. Assai più politico di quanto ami far credere, preannunciando un programma “europeista, atlantista ed ecologista”, il nuovo premier non ha buttato acqua sul fuoco di tale universo di aspettative. Di certo riuscirà comunque a mettere mano al Piano per la ripresa (Recovery plan) tanto più che si tratta in pratica del programma esecutivo di un progetto politico elaborato non a Roma ma a Bruxelles dalla Commissione Europea all’ombra della Germania.

Se però riuscisse anche ad avviare la riforma dell’amministrazione statale, già questo sarebbe per Draghi un merito imperituro. Facendo leva sulla necessità assoluta di non sprecare gli oltre 200 miliardi di euro di aiuti europei del Piano di ripresa, egli ha più possibilità di rompere il muro di quante ne abbia mai avute chiunque altro. Sin qui nessun governo italiano aveva mai tentato l’impresa che implica lo scontro con potenti sindacati corporativi, una delle peggiori eredità della Guerra fredda, nonché la capacità di sopravvivere a un periodo di consistenti perdite di consensi elettorali a Roma, la maggior parte dei cui quasi 3 milioni di abitanti vive direttamente o indirettamente di burocrazia. Finita la Guerra fredda e quindi la Prima Repubblica, in Italia non c’è più un partito così forte da poter reggere a grandi perdite di consensi a Roma. Questo invece non è un problema per Draghi, al potere in forza di consensi che non hanno nulla a che vedere con la democrazia. Chissà mai dunque che da questo male possa pure venire un gran bene.

*quotidiano della Svizzera italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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4 risposte a Draghi: quello che si spera da lui, e quello che può fare

  1. Bocian ha detto:

    Egregio dott. Ronza,
    anche in questo suo intervento risulta trasparente la sua posizione riguardo all’avversione per lo statalismo, credo inteso come eccessiva presenza dello stato. Riesumando uno slogan di qualche tempo fa, credo che “più società meno stato” sia una sorta di suo faro nella nebbia.
    Non colgo però (o, se non altro, me ne sfugge la gran parte) cosa più precisamente lei intenda quando si riferisce alla “riforma dell’amministrazione statale”. Potrebbe indicarne almeno i capisaldi? E aggiungere qualche esempio percorribile?
    Grazie.

  2. Carlo24 ha detto:

    Europeista, cioè più servo! Ecologista, cioè più tasse!

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