Libia: le carte che l’Italia può giocare

Taccuino Italiano >  Giornale del Popolo, Lugano 28 febbraio 2011

Ai fini di un’evoluzione non catastrofica della crisi libica, l’Italia ha molte carte da giocare essendo non da oggi il principale interlocutore europeo, anzi occidentale in genere, della Libia.  La vicina Repubblica è il maggiore acquirente di gas libico, e la Libia dipende totalmente dalle sue esportazioni di idrocarburi. A leggere i giornali italiani, che in questo periodo cercano di non perdere lettori vendendo paura, tale stato di cose crea una situazione di dipendenza per l’Italia. E’ però ancor più vero il contrario; e ciò determina in effetti un’interdipendenza che in casi come questo è sbilanciata verso il partner occidentale da dove comunque proviene tutta la tecnologia e tutta la capacità tecnica di cui il paese esportatore ha bisogno. A questo sostanziale legame economico si aggiunge una quantità di relazioni culturali, di relazioni personali, di cooperazione inter-istituzionale nei più diversi campi, compreso quello militare (basti dire che gli ufficiali della Marina libica si formano a Livorno all’Accademia Navale della Marina militare italiana e che gli equipaggi della forza aerea libica sono addestrati dall’Aeronautica Militare Italiana in una base situata presso l’aeroporto di Tripoli) . In questo quadro il periodo (1911- 1943) in cui la Libia fu un dominio coloniale dell’Italia  appare, quale è, come un semplice capitolo di una storia che non soltanto è continuata dopo ma era anche iniziata molto prima, ancor prima che nascesse lo Stato italiano. Un passato non coloniale di cui resta ad esempio memoria nella “medina”, il centro storico di Tripoli, dove l’edificio monumentale (peraltro ben restaurato) forse più bello è l’antica sede della Legazione del Granducato di Toscana, come ricorda una lapide affissa al suo ingresso.

Se poi gli investimenti italiani in Libia sono ingenti, pure quelli libici in Italia sono rilevanti: basti citare la partecipazione libica nell’ Unicredit, uno dei due maggiori gruppi bancari italiani, nel cui consiglio d’amministrazione il socio libico è rappresentato dal governatore della Banca centrale della Libia.  L’Italia, dicevamo, ha molte carte da  giocare, ma riuscirà a giocarle? A giudicare dalle scoordinate iniziative del suo governo, e dalla confusa, enfatica e poco informata eco sulla stampa italiana degli eventi libici  c’è da temere il peggio.  Poi però spesso accade che l’Italia sorprenda per la sua capacità di uscire con imprevedibili guizzi dai vicoli ciechi in cui s’infila. Speriamo che anche questa volta vada così, ma per il momento la luce in fondo al proverbiale tunnel non si vede ancora.

A tutt’oggi sembra che il problema numero uno sia quello dell’afflusso di una valanga di profughi: una possibilità in effetti remota che invece i media stanno enfatizzando in maniera sconsiderata. Al di là delle cifre, certamente attendibili in linea teorica, che sono circolate in questi giorni, un rapido afflusso dal Nordafrica di decine di migliaia di persone non è  affatto possibile per il semplice motivo che, come dice un vecchio proverbio, tra il dire  e il fare c’ è di mezzo il mare. Circolano delle cifre da sbarco in Normandia. Facciamo allora qualche confronto: per far affluire in circa dieci giorni 160 mila uomini bene addestrati e organizzati sulle spiagge della Normandia gli Alleati impiegarono 4 mila navi e pontoni da sbarco per non dire di tutto il resto. Stando così le cose, se anche ci fossero in Nordafrica soltanto (si fa per dire) 160 mila persone pronte a venire in Italia dove mai troverebbero 4 mila natanti adatti a trasportarle  con tutto il supporto logistico conseguente?  Tanto e vero che dall’inizio della  crisi, messa in moto dalla rivolta contro Ben Alì in Tunisia, ne sono arrivate soltanto circa 6 mila. La cifra poi di un milione e mezzo di profughi non sta né cielo né in terra. Deriva da un’intervista a un noto demografo italiano il quale ha correttamente dichiarato che “in assenza di barriere ci si può attendere dal Nordafrica un milione e mezzo di immigranti in vent’anni”. “In assenza di barriere”, ovvero se  il Nordafrica non stesse dove è ma – tanto per fare un esempio — fosse tutto concentrato a Chiasso; e anche in questo caso ci vorrebbero vent’anni. Questo però è bastato perché in capo a qualche giorno sul Corriere della Sera, che ha fama di essere il più autorevole quotidiano italiano, venisse pubblica una cartina con una grande freccia con su scritto “un milione” diretta dalla Libia all’Italia. Sarebbe dunque meglio non allarmare l’opinione pubblica dando cifre senza alcun effettivo riscontro con la realtà. E nemmeno andare a Bruxelles a “sparare” cifre assurde per poi sentirsi rispondere a pesci in faccia. Ancora una volta l’improvvisazione non premia. Piuttosto ci sarebbe da domandarsi come mai i paesi dell’Unione Europea che sono limitrofi della riva sud del Mediterraneo e dell’emisfero sud in genere — ossia il Portogallo, la Spagna, l’Italia, Malta, la Grecia e Cipro – non abbiano pensato per tempo, senza attendere una crisi, a porre la questione a Bruxelles per ottenere che l’Unione definisse modi, competenze e finanziamenti con riguardo al problema dell’afflusso di immigranti illegali via mare (che riguarda non solo il Mediterraneo ma anche l’Atlantico dove le isole Canarie, che fanno parte della Spagna, sono meta di “boat people” provenienti dalle coste del Marocco). Si pensi poi che cosa potrebbe succedere se un’eventuale grave instabilità in Libano e Siria dovesse innescare esodi via mare verso Cipro, un lembo di Unione Europea che è a venti minuti di volo dalle coste del Vicino Oriente.

Adesso  è più che mai il caso che l’Italia, l’unico  membro del G8 ad essere bagnato soltanto dal Mediterraneo conservi il sangue freddo e guidi l’intera Europa, e quindi anche la Svizzera,  a fare finalmente verso i Paesi della riva sud del Mediterraneo la politica cui si sarebbe dovuto metter mano già da almeno 10-15  anni a questa parte. Una politica composta di due elementi: da un lato il contrasto all’immigrazione illegale ma dall’altro il sostegno  allo sviluppo nel Nordafrica di una forte industria manifatturiera rivolta sia al mercato locale che a quelli dell’Africa sudsahariana. Beninteso un sostegno in termini di tecnologie e competenza imprenditoriale, e non di capitali. Grazie alle esportazioni algerine e libiche di idrocarburi nel Nordafrica le risorse finanziarie non mancano affatto.

La riva Sud del Mediterraneo ha due pilastri: a levante l’Egitto, 78 milioni di abitanti e 2450 dollari di reddito pro capite annuo, e a  ponente l’Algeria, oltre 34 milioni di abitanti e circa 4030 dollari di reddito pro capite. Ci sarebbe da preoccuparsi veramente solo se l’Egitto e l’Algeria sprofondassero nel caos: un’eventualità che per il momento si può escludere.

Con i suoi oltre 9.500 dollari di reddito pro capite la Libia  è sì il paese più ricco del Nordafrica,  ma con soltanto poco più di cinque milioni e mezzo di abitanti, un territorio enorme  (1.775.500 kmq) che non è  in grado di controllare effettivamente e un’assoluta dipendenza dalle esportazioni di idrocarburi, malgrado tutte le attuali tragiche turbolenze,  non soltanto a lungo ma anche a medio termine non potrà che tendere alla stabilizzazione. Un processo che beninteso sarà tanto più rapido quanto più l’Italia, principale interlocutore europeo della Libia, saprà assecondarlo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Libia: le carte che l’Italia può giocare

  1. determinata ha detto:

    … ho letto con grande interesse questo suo scritto…
    mi auguro con tutto il cuore che in questa circostanza il nostro Paese abbia l’ “imprevedibile guizzo” cui lei fa riferimento, altrimenti …
    Certo che con un premier preso con i suoi bunga bunga e il frattini che ci ritroviamo… non è che siamo messi bene…

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