Crisi italiana. Mario Draghi, il «vincolo esterno», e il gelido acume di Lucio Caracciolo

C’è una tappa fondamentale sulla via del passaggio dalla democrazia anche voluta in buona fede (ma non realmente fatta propria) alla democrazia sostanziale e davvero vissuta. È quella che si oltrepassa quando, vedendo che la maggioranza del popolo non la pensa come noi, non ci si domanda come prescinderne ma ci si dispone a lavorare con pazienza per convincerla. E in via preliminare ci si mette in ascolto per capire perché gran parte della gente non ci dà ragione.

Questa tappa nel nostro Paese non è stata ancora superata. In campo “laico” perché la borghesia risorgimentale che si è inventata lo Stato italiano e poi è riuscita a realizzarlo allora neanche ci pensava, e tanto meno ci pensa oggi. In campo cattolico perché molta classe politica ha scelto di mettersi sulla stessa strada un po’ credendo di poter così fare del bene più in fretta, e un po’ per il suo essere fatta di gente culturalmente “laica”, convinta che la fede sia solo una morale personale e non anche, e prima di tutto, una visione del mondo.

Rientra in questa prospettiva la dottrina del «vincolo esterno» secondo cui, siccome la maggioranza del popolo italiano non vuole ammodernarsi, senza perdere tempo a convincerlo conviene piuttosto costringerlo facendo leva sull’Europa. Non però l’Europa vera, dove fra l’altro ci sono altri popoli che hanno lo stesso difetto, ma l’attuale Unione Europea con il suo motore tecnocratico oggi a guida tedesca. Con il suo consueto gelido acume lo ha giustamente ricordato Lucio Caracciolo in un numero recente  della rivista Limes osservando fra l’altro che “Il «vincolo esterno» sancito quasi trent’anni fa a Maastricht, quando Andreotti e Carli stabilirono che l’Italia non era in grado di governarsi da sé e si affidava quindi all’Unione Europea, è oggi vincolo tedesco. Senza virgolette”. Per parte mia ritengo che Giulio Andreotti ebbe i suoi meriti,  e che non sarebbe giusto ricordarlo soltanto per questo, ma tale suo fondamentale demerito è indubbio.

Nella situazione in cui siamo adesso, caratterizzata da una scena pubblica in cui non c’è più traccia di alcuna adeguata presenza popolare, il progressismo illuminato, e quindi il «vincolo esterno» di cui si diceva, è tenuto per buono, e comunque per inevitabile, da tutte le parti in causa. È solo sulla scelta del Grande Fratello che ci si può ancora confrontare. Se cioè debba essere la Germania tramite l’Unione Europea o invece l’internazionale borghese-progressista che, facendo capo al Partito Democratico americano, si dirama in molte e complesse articolazioni nei più diversi Paesi del mondo tra cui il nostro.

È a questo punto che viene chiamato in scena Mario Draghi, “socialista liberale”, odierno erede dello storico Partito d’Azione, con una carriera professionale impeccabile vissuta assai più a Washington che a Roma ma sempre in posizioni di altissimo prestigio fino al mandato, da poco conclusosi, di presidente della Banca Centrale Europea dove si è fatto la fama di sapere tener testa alla Germania. Su di lui punta evidentemente molto il presidente Mattarella, odierno Andreotti alla ricerca del suo odierno Guido Carli.

Con le proprie forze ma anche con le proprie potenti amicizie, Draghi si è costruito una straordinaria autorevolezza pubblica tuttavia mai messa alla prova del consenso democratico. Non c’è un momento in tutta la sua pur intensa vita pubblica in cui Draaghi abbia ricoperto qualche carica perché a ciò legittimato da un voto popolare. È l’uomo giusto per riportare al centro della scena politica italiana il vecchio ordine costituito seppur nella nuova forma di un’alleanza che vada da Forza Italia al Pd? È l’uomo giusto per spingere ai margini, malgrado la sua persistente maggioranza relativa dei consensi, la Lega di Matteo Salvini, frastornata  realtà di popolo priva tuttavia di una leadership in grado non solo di raccogliere i voti ma anche di darsi un progetto politico credibile e adeguato? Molto dipende dalle alleanze che l’ex presidente della Banca Centrale Europea saprà raccogliere anche al di là dei circoli elitari in cui sin qui la sua vita è trascorsa e dei consensi importanti ma nient’affatto di popolo che ha sin qui raccolto. È ciò che adesso sta cominciando a fare.

 

17 agosto 2020

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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4 risposte a Crisi italiana. Mario Draghi, il «vincolo esterno», e il gelido acume di Lucio Caracciolo

  1. Bocian ha detto:

    Egregio Dott. Ronza, trovo un po’ incomprensibile (e a tratti stucchevole) la frase “la Lega di Matteo Salvini, frastornata realtà di popolo priva tuttavia di una leadership in grado non solo di raccogliere i voti ma anche di darsi un progetto politico credibile e adeguato”, concetto che peraltro traspare non raramente nei suoi scritti.
    Francamente non capisco da dove tragga questa conclusione (a tinte vagamente apodittiche, simili a quelle della Meloni forzosamente e inettuabilmente “borgatara” e “statalista”).
    Mi sorprendo a osservare le forze politiche oggi presenti sull’agone e mi (le) chiedo: quale sarebbe dunque la forza politica dotata di progetto politico munito di credibilità e adeguatezza?
    Bene ha fatto a sottolineare che certi “Salvatori della Patria” (da Ciampi a Draghi, passando per Monti) non si siano mai sottoposti al vaglio del consenso popolare (o, quando lo hanno fatto, hanno avuto esiti disastrosi). Ed è alquanto curioso che il principio secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”, scritto nella costituzionepiùbelladelmondo, venga continuamente bypassato da coloro che si ergono (formalmente) a suoi strenui difensori mentre appaiono sempre di più come i pretoriani del Bene della Nazione, il quale – a mo’ di perfetto ossimoro – si accetta più o meno passivamente che venga deciso fuori dai suoi confini.
    Cordialissimi Saluti.

  2. Domenico Piacenza ha detto:

    Quindi per quale motivo Mario Draghi è stato chiamato ad aprire il Meeting di Rimini?

  3. Sisco22 ha detto:

    Signor ronza lei è un nostalgico del cattocomunisti cei-dc-pc.
    Tutto questo ci ha portato la legge Cirinnà (votata dal suo concilellino Lupi),
    l’invasione di quasi un milione di africani, più tasse e tante altre cose per nulla positive.
    Non le piacciono Salvini e Meloni? E chissene frega! Decidono gli italiani con le elezioni.
    Ma Vittadini di questo principio se ne frega viste le invocazioni all’ennesimo governo tecnico.

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