Tim. Il grosso problema, e ciò che si può fare

Il caso Tim e l’insufficienza della finanza italiana, Corriere del Ticino*, 4 dicembre 2021

Tim, erede di Telecom Italia, la società ex-monopolista del servizio telefonico italiano, potrebbe passare sotto il controllo del fondo americano Kohlberg Kravis Roberts & co., KKR. Se ciò dovesse accadere, come al momento sembra possibile, la vicenda sarebbe purtroppo un’ulteriore conferma di quello che è un problema di fondo dell’economia italiana, ossia l’insufficienza della sua finanza. E’ questo uno dei tanti fatti di grande rilievo che in questi tempi restano sommersi sotto l’onda alluvionale della sempre più contraddittoria e confusa informazione permanente sulla pandemia e sulle vaccinazioni.

Nel mondo globalizzato in cui viviamo in linea di principio gli investimenti dall’estero sono un fenomeno positivo e anzi un segno di buona salute socio-economica. Non però nella misura in cui, come è il caso dell’Italia, ad essi non corrispondono proporzionati investimenti italiani oltre confine. Negli ultimi decenni sono passati sotto controllo straniero quasi tutti i marchi-bandiera dell’Italia nei più diversi settori, dalla Fiat alla Pirelli, dalla Galbani alla Perugina fino all’industria degli elettrodomestici dove anche gli stessi marchi sono per lo più usciti di scena. Viceversa sono in proporzione pochissime le acquisizioni italiane di grandi aziende all’estero. Fa eccezione soltanto il settore bancario dove invece la situazione è molto più equilibrata.

Per quanto riguarda Tim (17,97 miliardi di euro di fatturato, 1,2 miliardi di utile netto e 55.198 dipendenti nel 2019) in effetti il maggiore socio è già straniero. Si tratta del gruppo francese Vivendi, che ne detiene il 23,7 per cento delle azioni. Ciononostante il controllo dell’azienda è sin qui rimasto in Italia grazie ad accordi presi in sede politica nonché al fatto che, con il 9,81 per cento delle azioni, il secondo socio è la Cassa Depositi e Prestiti, cioè la banca di Stato italiana. Non è tuttavia questo ciò che ci si può attendere da un fondo di investimenti americano che punterebbe subito a rendere il gruppo Tim assai più redditizio di quanto sia adesso, tra l’altro riducendo il numero dei suoi dipendenti. Non a caso l’eventualità che l’azienda passi sotto il controllo di KKR ha perciò subito allarmato i sindacati del settore. Tra l’altro in molte parti d’Italia sarebbe assai difficile ricollocare ad analoghe condizioni degli specialisti qualificati ma anche ben pagati come sono per lo più coloro che lavorano alla Tim.

Sin da quando nel 1997 l’allora Telecom Italia venne privatizzata e quotata alla Borsa di Milano non è mai comparso sulla scena alcun gruppo finanziario italiano forte quanto basta per poterne assumere il controllo in modo solido e stabile. Più di uno ha tentato l’impresa in modo avventuroso quando non machiavellico ma senza perciò avere la meglio sulla realtà delle cose. Frattanto il valore della capitalizzazione in Borsa del gruppo è sceso fino agli attuali 10 miliardi di euro, che è ben poca cosa rispetto al valore potenziale di un operatore che nel suo settore è il settimo nel mondo e il secondo in Europa. Basti dire che serve ancora oltre il 60 per cento delle utenze fisse in Italia e che attraverso Telecom Sparkle controlla in Europa 39 mila chilometri di rete di fibra ottica. Il combinarsi del suo alto valore potenziale con il suo basso valore in Borsa ne fa perciò una preda ambita per grandi fondi internazionali come KKR (153 miliardi di dollari amministrati nel 2017), specializzati appunto nell’acquisto di grandi aziende in condizioni del genere, nel loro risanamento e poi nella loro rivendita con grande profitto sul mercato internazionale. Di qui l’offerta di acquisto di KKR, che ha perciò messo sul tavolo 11 miliardi di euro.

È difficile credere che si possa trovare adesso in Italia quel gruppo finanziario privato in grado di assumere lo stabile controllo di Tim che sin qui non è mai comparso in scena. Né sembra facile che il governo di Roma possa oggi bloccare sul nascere l’operazione senza rischiare di trasformare Tim in un altro caso Alitalia o Monte dei Paschi di Siena, il che sarebbe insostenibile da ogni punto di vista. Forse non resta che sdoppiare la Tim in due aziende, rispettivamente l’una di gestione dei servizi e l’altra di gestione e proprietà della rete, conservando quest’ultima e disponendosi invece a cedere la prima a KKR.

*quotidiano della Svizzera Italiana

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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3 risposte a Tim. Il grosso problema, e ciò che si può fare

  1. Bocian ha detto:

    Avevo scritto un commento più articolato che però non vedo pubblicato, ma riassumo in questo:
    a) cantieri navali francesi (e Fincantieri scornata);
    b) canale Nord Stream 2 (in epoca di sanzioni alla Russia)
    E lei si meraviglia per TIM?

  2. Carlo Meazza ha detto:

    Cosa c’è di male se le nostre grandi aziende le comprano e le amministrano altri? Tutto cambia, il pericolo grosso è quello degli occupati e che chi compera non lo faccia per eliminare un concorrente. Tu stesso, Robi, a proposito dell’Ilva, mi pare abbia sostenuto l’operazione degli indiani…Inevitabile pensare all’Alitalia che avrebbe dovuto essere venduta tanti anni fa quando Berlusconi, e altri, non hanno voluto.”…c’è una cordata, con alla testa mio figlio, pronta ad occuparsene…”, oppure”….ad Air France no, i francesi ci porterebbero via il turismo (!?)…”(Formigoni). E intanto l’Alitalia andiamo avanti tutti a mantenerla. Mi sembra che un patriottismo (sempre Berlusconi, Formigoni e altri con anche i sindacati ma per motivi più nobili) che si manifesta col dispiacere di non vedere più il tricolore sulle ali degli aerei sia proprio poca cosa. E Tim? Solo leggi prepotenti di mercato purtroppo…

    • Robi Ronza ha detto:

      Dico anch’io, e l’ho scritto, che gli investimenti dall’estero in Italia non sono un male in sé, anzi tutt’altro. Purché siano però bilanciati da proporzionati investimenti italiani all’estero, il che invece finora non accade.

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