All’origine della crisi italiana un male oscuro: l’eredità giacobina

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 29 marzo 2013

In Italia la prospettiva di un nuovo governo sembra ancora lontana. Nel tardo pomeriggio di ieri il leader del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, si è recato dal presidente della Repubblica a comunicargli che nel quadro del pre – incarico che aveva ricevuto non era riuscito a raccogliere i consensi necessari per dar vita  un governo in grado di avere la fiducia delle Camere. Presone atto, il presidente della Repubblica ha allora annunciato che oggi farà un giro di rapide consultazioni sulla base delle quali deciderà poi sul da farsi. La sottigliezza delle formule di cui in circostanze del genere la vita pubblica italiana è molto ricca hanno permesso al Partito Democratico di  sottolineare che Bersani non ha rinunciato all’incarico. Non poteva infatti rinunciarvi dal momento che per l’appunto non aveva ricevuto alcun incarico, bensì appunto un pre – incarico(sic). Al di là di questi funambolismi tuttavia resta la sostanza della questione. Finché il PD esclude a priori qualsiasi accordo di governo con il PdL di Silvio Berlusconi, e finché il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo rifiuta l’alleanza con chiunque, nel Parlamento italiano così come è uscito dalle recenti votazioni non è possibile dar vita ad alcun governo. Sulla carta sarebbe immaginabile soltanto una soluzione ispirata al recente caso del Belgio, dove un governo battuto alle Camere e restato in carica solo per il disbrigo degli affari correnti è andato avanti per circa un anno e mezzo amministrando il Paese a Parlamento chiuso a forza di circolari e di decreti. Un “miracolo” possibile in una situazione  come quella del Belgio,  la cui economia è trainata dalla Germania e il cui ruolo geo-politico è limitato, ma che sarebbe comunque insostenibile per l’Italia. Significativamente è ciò che propone Beppe Grillo, in piena coerenza con il suo progetto neo-anarchico.

Per meglio capire che cosa sta succedendo, o non succedendo, in Italia occorre tener presente, come già altre volte abbiamo ricordato, che al di là della prossimità geografica (e anche, nel caso della Svizzera Italiana, della continuità linguistica e culturale) la vicina Repubblica è erede di una vicenda storico-istituzionale diversissima da quella svizzera. Malgrado tutto il peso storico della Repubblica Elvetica e lo strascico di statalismo che ha lasciato dietro di sé nei Cantoni di fondazione napoleonica (come tipicamente il Ticino), nel suo impianto politico-istituzionale di fondo la Confederazione non è giacobina. Fra le  tante conseguenze di tale differente tradizione e collocazione storica ce n’è una che qui ci interessa mettere in luce, poiché ha un’importanza determinante. Si tratta della risposta  al quesito su quale sia il motore primo del progresso. Secondo i giacobini è la politica; secondo gli altri (i liberali nel senso più ampio del termine)  invece è la società. In tale secondo caso compito delle forze politiche rappresentate democraticamente nel Parlamento è quello di accordarsi senza esclusioni per giungere a un compromesso alto grazie al quale si mantengano la giustizia, la pace e quindi la concordia di fondo di cui la società ha bisogno per procedere sulla via di un sempre maggior progresso umano e civile. Ed è questa la filosofia su cui ad esempio si colloca la vita pubblica elvetica, anche se non sempre in modo consapevole. Nel primo caso invece, quello in cui si riconoscono i giacobini di ogni tempo, le forze politiche che si autodefiniscono “progressiste” si sentono investite del compito storico di togliere di mezzo quelle che giudicano “reazionarie” per prendere il potere tendenzialmente da sole; e a partire da lì costruire politicamente quel progresso che di suo la società non sarebbe in grado di produrre.  Ed è questa invece la filosofia che in fin dei conti caratterizza la vita pubblica dell’Italia, che in quanto Stato nasce come variante provinciale dello Stato francese; e che da tale modesta origine non si è in ultima analisi mai emancipata. Un limite che — per motivi su cui non abbiamo tempo di soffermarci qui — i decenni della Guerra fredda hanno ulteriormente rafforzato. Ciò spiega tra l’altro come un’affermazione neo-autoritaria come quella fatta di recente da Beppe Grillo, il quale proclama l’urgenza di giungere alla “rimozione” dalla vita pubblica di Silvio Berlusconi, leader di un’alleanza di partiti che ha ottenuto circa il 30% dei voti alle ultime votazioni, non susciti lo scandalo generale, “trasversale” che meriterebbe. Al di là di ogni altra questione contingente il problema numero uno della politica italiana è proprio questo: la persistenza di una filosofia politica neo-giacobina, basata sulla pretesa dell’esclusione di questo o di quello, in un’epoca in cui tutto ciò non solo è ingiusto e anti-democratico ma è anche praticamente impossibile. Finché tale filosofia non andrà in un modo o nell’altro in soffitta la crisi italiana non si risolverà.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a All’origine della crisi italiana un male oscuro: l’eredità giacobina

  1. Roberto Sarzi ha detto:

    Sì, bravo Robi, complimenti per questa analisi che ci porta a capire il vero nocciolo storico dei problemi che ha l’Italia nel diventare un paese normale e pacificato. In fondo il giacobinismo che è la radice del pensiero politico della Sinistra e il modello di Stato francese è la ragione che ha impedito la creazione fin dall’inizio di una riunificazione dell’Italia secondo i principi federali e confederali adottati dalla Confederazione Svizzera che tanti guai avrebbe evitato alla nostra nazione. Se così fosse avvenuto fin d’allora oggi l’Italia sarebbe una seconda e grande “Svizzera” d’Europa. Grazie, Robi, per averci aperto ancora una volta gli occhi con un’analisi onesta e profonda delle radici del nostro male politico e sociale! Roberto Sarzi Mantova

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