Lombardia, l’alternativa imbarazzante di cui qualcuno preferirebbe fare a meno

Arrestato Mantovani, altro colpo alla locomotiva d’Italia, La Nuova Bussola Quotidiana, 15 ottobre 2015

Accusato di reati per fatti che per lo più  risalgono a diversi anni prima della sua entrata in carica come vicepresidente della Regione Lombardia, facendo seguito a un richiesta di arresto vecchia di oltre un anno e mezzo, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto intervenire a nome del presidente Roberto Maroni alla Giornata della Trasparenza, promossa dalla Regione stessa, Mario Mantovani è stato ieri arrestato, condotto in carcere e recluso in “custodia cautelare”. Quali che siano le sue eventuali responsabilità, che solo un processo in tribunale potrà accertare, resta da capire per quali buoni motivi una persona possa venire detenuta per ragioni cautelari essendo accusato di reati come quelli di cui lo si accusa. Riguardo a questo genere di detenzione senza processo possibile in Italia, alle spogliazioni e ai tormenti psicologici che lo accompagnano, nonché all’uso che troppo sovente se ne fa, rimando alla lettura di Io non avevo l’avvocato, Mondadori Editore 2015,  il libro-testimonianza di Mario Rossetti, ex-direttore finanziario di Fastweb, uno fra i tanti che dopo aver subito tale sorte, mandati a processo dopo mesi se non dopo anni, ne sono poi usciti assolti.

Nello stesso giorno in cui il vicepresidente della Regione veniva arrestato e recluso in Lombardia, a Roma tra baci e abbracci sui banchi del governo, la più baciata essendo comprensibilmente il ministro Boschi, si concludeva in Senato la prima lettura della riforma costituzionale presentata dal governo Renzi. Una riforma di cui si parla soprattutto per come modifica o meglio annichilisce il Senato, ma il cui contenuto di fondo è invece quello di cui si parla meno, ossia il ritorno al centralismo del vecchio Regno d’Italia con la pratica cancellazione dell’autonomia delle Regioni e con un generale riaccentramento a Roma di tutta la sostanza del potere.

Notabile vecchia maniera, Mario Mantovani sembra più un democristiano doroteo degli anni ‘50 giunto per sortilegio fino ai giorni nostri che non, come invece è,  un uomo nato alla politica sotto le bandiere di Forza Italia. Dopo averlo dovuto accettare nella sua giunta nel cruciale ruolo di assessore alla Sanità (servizio che assorbe circa due terzi dei bilanci regionali) dal primo settembre scorso Maroni gli aveva ritirato tale delega prendendola ad interim direttamente su di sé. Essendo infatti stata accorpata l’Assistenza con la Sanità, Mantovani — la cui famiglia è proprietaria di diverse case di riposo — era venuto perciò a trovarsi in conflitto di interessi. Resta poi da capire se tale accorpamento, che Mantovani aveva invano contrastato,  fosse stato deciso da Maroni anche a questo fine. Ad ogni modo da allora, pur continuando a mantenere la carica di vicepresidente, Mantovani aveva soltanto alcune deleghe secondarie. Non è dunque certo un pilastro della giunta Maroni quello che la procura della Repubblica di Milano ha adesso preso di mira, ma ce n’è quanto basta per allungare tutta l’ombra possibile sull’unica vera alternativa al progetto politico di Renzi o meglio delle forze di cui egli è il portabandiera.

Grazie a una storia che comincia ben prima del suo attuale governo, la Lombardia è fino ad oggi la dimostrazione pratica di un modo di governare, senza ottuse contrapposizioni ideologiche e in armonia con le energie più positive e vitali della società civile, che funziona bene e molto meglio del governo nazionale. Mentre Renzi e chi lo sostiene punta tutto sulla centralizzazione come strumento per razionalizzare e quindi diminuire la spesa pubblica aumentandone l’efficienza, il caso lombardo è la prova concreta del contrario, costituendo tra l’altro una conferma di  quanto emerge dal Rapporto sulla sussidiarietà 2014-2015. Pubblicato proprio in questi giorni dalla Fondazione omonima insieme all’università di Bergamo, il Rapporto, specificamente dedicato alla questione della spesa pubblica, confrontando i bilanci di circa 30 paesi europei membri e non membri dell’Ue, con dovizia di dati e di analisi statistiche  dimostra come a maggiore responsabilità dei territori sul lato sia della spesa che del prelievo fiscale corrisponda un più economico e più efficiente impiego del denaro pubblico. Stando così le cose, per il progetto politico che fa capo a Renzi la Lombardia diventa un’alternativa imbarazzante. Qualcosa di cui liberarsi; o almeno da mettere in ombra in tutta la misura del possibile.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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