Unioni civili: l’urgenza che non c’è ma che potrebbe far cadere il governo

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 21 ottobre 2015

L’impegno di introdurre nell’ordinamento italiano le cosiddette “unioni civili”, che il premier italiano Matteo Renzi aveva assunto con alcuni settori della sua maggioranza, sta diventando per lui  un grosso rompicapo. Da un lato questi settori, benché minoritari, grazie all’ampio sostegno di cui godono nel mondo dei media sono in grado di esercitare un’influenza molto visibile. Dall’altro i sondaggi confermano la comune sensazione che si tratti di un problema che al proverbiale uomo della strada interessa molto poco. Alla domanda su quale sia la questione più importante di cui il governo si deve preoccupare quasi tutti  in Italia rispondono: il lavoro. Qualsiasi altra questione segue a distanza e, quando viene citata, quella delle “unioni civili” è tra le ultime. D’altra parte, come non molto tempo fa scrisse su Avvenire il noto demografo Giancarlo Blangiardo, dall’ultimo censimento è risultato che in Italia le persone che vivono in convivenza omosessuale sono circa 7500 su 60 milioni. Pur volendo immaginare che una coppia omosessuale convivente su due  abbia preferito tacere la propria scelta di vita, si arriva a circa 15 mila persone su 60 milioni, pari a circa lo 0,025% della popolazione. Si aggiunga poi che notoriamente la maggior parte di loro non desidera dare forma ufficiale a tale convivenza, tanto più che nella vita quotidiana la legge in Italia tutela le coppie omosessuali esattamente come tutela i coniugi: dalla visita in ospedale alla successione nella locazione, dal risarcimento danni al permesso per malattia. Rispetto ai coniugi le eccezioni di rilievo da un punto di vista patrimoniale sono: in primo luogo il mancato diritto di subentrare nella pensione del compagno di vita defunto e in secondo luogo il mancato accesso alla ripartizione della cosiddetta “eredità legittima” ossia di quei due terzi dell’eredità che a norma della legislazione italiana vanno automaticamente divisi fra i parenti più prossimi del defunto. In Italia infatti c’è libertà di testare soltanto su un terzo di ciò che si lascia in eredità. Secondo chi è contro le unioni civili questi sono problemi che si potrebbero però risolvere con forme giuridiche che non implichino l’unione civile né tanto meno il matrimonio omosessuale. Poi c’è il problema molto più rilevante sul piano umano dell’adozione, di cui parleremo più avanti.

Siamo comunque di fronte, come si è visto, a un problema che riguarda direttamente una percentuale infinitesimale di chi vive in Italia. C’è quindi qualcosa di schizofrenico nella quantità di attenzione che gli viene data in un Paese dove viceversa le famiglie autentiche, circa 22 milioni, non sono oggetto di alcuna particolare attenzione da parte dello Stato e devono fare i conti con una politica fiscale e sociale che non solo non le sostiene ma anzi molto spesso le penalizza. In Italia, tanto per fare due esempi pratici, gli assegni familiari sono quasi spariti (la maggior parte dei lavoratori ne è esclusa) e le deduzioni fiscali per familiari a carico sono irrisorie (equivalgono al costo di qualche giorno di alimenti al mese). Giustamente perciò il segretario della Conferenza episcopale italiana, monsignor Nunzio Galantino, ha recentemente denunciato lo strabismo di una politica e di «un governo che sta investendo tantissime energie per queste forme di unioni particolari e, di fatto, sta mettendo nell’angolo la famiglia tradizionale che deve essere il pilastro della società».

Secondo i sondaggi più recenti, attualmente risulta che fra il 50 e il 60 per cento degli italiani è favorevole alle unioni civili, mentre se si parla di matrimonio omosessuale il consenso scende a una percentuale fra il 40 e il 50 per cento. Si tenga poi conto che il confine tra l’area dei favorevoli e quella dei contrari non coincide con quello fra centrosinistra e centrodestra: secondo il noto sondaggista Renato Mannheimer fra gli elettori del Pd il 33 per cento è contrario alle unioni civili. Il dato più importante è però un altro: due terzi degli italiani sono del tutto contrari all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. La pensano così anche molti tra i favorevoli sia alle unioni civili che al matrimonio omosessuale. Nel quadro però dell’ordinamento giuridico e della prassi della magistratura italiana così come sono, anche a causa dei limiti che alla sovranità italiana derivano dai trattati dell’Unione Europea, se in Italia si introducessero il matrimonio omosessuale o anche soltanto l’unione civile, in breve tempo, in forza del principio del cosiddetto “divieto della disparità di trattamento” anche alle coppie omosessuali comunque ufficializzate i tribunali italiani riconoscerebbero il diritto di adozione. Dapprima dell’eventuale figlio del partner (la cosiddetta stepchild adoption) e poi di qualunque altro bambino adottabile. Quando quindi la generalità del pubblico di ciò dovesse venire informata, la percentuale in Italia di favorevoli non solo al cosiddetto matrimonio omosessuale ma anche all’unione civile diminuirebbe ben al di sotto dei livelli attuali.

D’altra parte si calcola che coloro i quali vogliono in una forma o nell’altra l’ufficializzazione delle coppie omosessuali sono numerosi quanto basta per far cadere  un governo come quello di Renzi, che si regge su una maggioranza che al Senato è traballante. Lo stesso però si può dire di coloro che vi sono assolutamente contrari. Stretto in questa morsa il governo aveva sognato di venirne fuori con qualche accordo per così dire “a porte chiuse”, abbastanza opaco da accontentare un po’ tutti. Questo però non è più possibile da quando lo scorso 20 giugno una massa di famiglie (genitori, bambini, nonni), stimata in un milione di persone, viaggiando a proprie spese e senza l’appoggio di alcuna organizzazione consolidata, tra l’altro né della Chiesa e né dei maggiori movimenti ecclesiali, è convenuta a Roma dove in piazza San Giovanni ha dato vita a una grande manifestazione a sostegno della famiglia secondo natura. Una manifestazione che, seppur con il dovuto rispetto, ha sollecitato a una maggiore fermezza anche quei settori dell’episcopato italiano che, scoraggiati, sembravano ormai inclini alla rassegnazione. Stando così le cose gli accordi di vertice non sono più possibili per nessuno. Resta a questo punto da vedere come la politica riuscirà a venire fuori dell’empasse.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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