Cl: la tentazione di viverla come consumatori e il dovere di diventarne corresponsabili

Non c’è bisogno di essere ciellini. Basta non essere prevenuti e settari per rendersi conto che Cl è una risorsa notevole non solo per chi vive nella Chiesa attraverso il Movimento ma anche per la Chiesa in quanto tale, e per la società civile sia in Italia che altrove. 

Mi permetto pertanto di tornare a parlarne qui dopo averlo già fatto un’altra volta (Decreto del Dicastero per i Laici: CL e il bello di vivere la circostanza «cogliendo la provocazione che porta con sé», 21 luglio 2021), in un sito rivolto e aperto a chiunque lo trovi interessante, e nient’affatto ad uso interno.

In tale spirito ci tengo a dire che la fase di «straordinaria amministrazione» in cui Cl attualmente si trova non solo non mi preoccupa ma anzi mi sembra una bella occasione, e vorrei spiegare il perché. Che Francesco si attendesse da Cl un impegno al rinnovamento mi era sembrato evidente sia dalla grande udienza da lui concessa al Movimento in piazza San Pietro a Roma nel marzo 2015. In controtendenza rispetto all’ottimismo ufficiale di allora, lo scrissi subito in una nota dal titolo Cl dal Papa: bilancio di una giornata, pubblicata in questo sito il 9 marzo 2015 e qui tuttora reperibile. 

A quanto pare invece non se ne fece nulla. Nello scorso febbraio il Papa mandò allora un segnale evidentissimo ( cfr. qui Le quattro cose che neanche Dio sa, Papa Francesco e il suo discorso ai focolarini, ma forse non solo, 26 febbraio 2021) ma anche questo cadde nel vuoto. A questo punto fui tra quelli che si calcarono metaforicamente l’elmetto in testa in attesa del colpo. E il colpo arrivò. Sembra che molti lo abbiano vissuto come una sorpresa (cfr,  Comunione e Liberazione. Il decreto del Dicastero per i Laici, e quel silenzio attonito da evitare, 14 giugno 2021) , ma è proprio questa la cosa sorprendente. Non fu in effetti un fulmine a ciel sereno e i tuoni premonitori non erano di certo mancati.

Si tratta adesso di ricuperare il tempo perduto e appunto di non perdere la bella occasione che questo periodo può essere, anzi è, per un rifiorimento di Cl. L’incontro con una grande figura carismatica come don Giussani, e la partecipazione a un’esperienza cristiana così precisa e affascinante come quella che nacque da lui è stata una grazia. Da quando però nel 2005 don Giussani lasciò la scena di questo mondo troppo spesso la gente di Cl ha cominciato vivere per così dire spiritualmente di rendita. Ad accomodarsi cioè all’ombra del Movimento nella posizione dell’ utente, del consumatore passivo e non dell’ erede corresponsabile del suo carisma.  

Con la libertà che mi viene dall’averne fatto parte sin da quando nacque, poco oltre la metà del secolo scorso, ma anche dal non avere ruoli direttivi in esso almeno da vent’anni, dico che delle reali o tendenziali distorsioni dei suoi vertici siamo tutti corresponsabili nella misura in cui partecipiamo al Movimento nel modo passivo di cui si diceva; e in cui ameremmo persistere indisturbati lasciando ad altri, fra l’altro, il non facile problema del suo governo. Di solito però non per fiduciosa obbedienza, come talvolta si ama credere o far credere, bensì in fondo per pura e semplice comodità. Abbiamo invece tutti quanti il dovere di rispondere, secondo i talenti e la vocazione di ciascuno, a quella chiamata alla responsabilità cui nella sua comunicazione dello scorso 29 novembre ci sollecita Davide Prosperi, presidente ad interim della Fraternità confermato dalla Santa Sede; e quindi fra le altre cose, a mio avviso, non soltanto un semplice presidente ad interim.

In quella sua prima comunicazione al Movimento, Prosperi ha detto bene tutto quello che c’era da dire, compresa la gratitudine che Julián Carrón merita e che per parte mia condivido toto corde . E in un suo discorso a Rimini di poco precedente (tuttora reperibile su YouTube), sottolineò inoltre un dato di fatto importante del quale più che mai adesso occorre tener conto. Citando l’esempio del movimento francescano fece presente che la questione di chi succede al fondatore richiama molta attenzione nei primi tempi dopo la sua scomparsa, ma poi perde importanza. Oggi tutti ricordiamo san Francesco e abbiamo un’idea della spiritualità francescana, ma solo pochi addetti ai lavori sanno chi sia l’attuale Ministro generale dei Frati Minori e delle altre congregazioni eredi del carisma di san Francesco.

29 dicembre 2021

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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12 risposte a Cl: la tentazione di viverla come consumatori e il dovere di diventarne corresponsabili

  1. Alessandro Ciulli ha detto:

    Ho molto apprezzato il lavoro di Carron (cui sono grato) ma Ti ringrazio di tutto cuore di quel che hai scritto relativamente a come sto (stiamo?) vivendo il poi. Grazie, grazie, grazie. Un abbraccione fraterno, grandissimo e grato Sandro

  2. Leo Capobianco ha detto:

    Ho letto il tuo articolo e penso di poter concordare sul tuo parere sulla storia del nostro movimento dal 2015, però non capisco se per uno spirito provocatorio o altro, tu ometti totalmente 16 anni di storia con la guida di Carron. Non hanno voluto dire niente rispetto al post-Giussani? Grazie. Leo Capobianco

    • Robi Ronza ha detto:

      Del ruolo e dei meriti di don Julián avevo già scritto più volte, la più recente nella nota dal titolo “Carrón: comunicazione interna”. Ad ogni modo ad abundantiam ha fatto adesso un’aggiunta in calce a questa nota. In quanto allo spirito provocatorio che tu ipotizzi ti faccio presente che non appartiene al mio stile.

      • Alberto ha detto:

        Ciao Robi. Potresti indicare quale è l’intervento di Carron dove sottolinea l’esempio del movimento francescano? Grazie

      • Robi Ronza ha detto:

        Quello cui mi riferisco nella mia nota, come si può vedere, è un passaggio non di un testo di don Julián bensì bensì di un discorso, rèperibile su YouTube, di Davide Prosperi alla cominità di Cl di Rimini.

  3. Bartolomeo ha detto:

    Buonasera signor Ronza,
    grazie per i suoi preziosi contributi. In questi anni ho spesso apprezzato alcuni suoi giudizi condivisi su questo blog, tuttavia, per quanto concerne CL, ho la percezione che lei non riesca a interiorizzare la risposta che don Giussani le diede nel suo libro intervista dal titolo “Il movimento di comunione e liberazione”. La invito a prendere il suo libro, nella edizione del 2014 con la prefazione di don Carrón, a pag. 191. Legga, e invito i lettori a fare altrettanto, le pagine da 191 a 194. In particolare, a pag. 194 don Giussani ribadisce con nettezza l’idea che ha di come il movimento debba vivere la sua propria organizzazione.
    È chiaro che il decreto della Santa Sede (mi riferisco al decreto di giugno 2021) non è nella linea suggerita da don Giussani, ma la proposta che don Carron ha rivolto al movimento negli ultimi mesi specialmente mi sembra ragionevole: comprendere come il carisma permette di vivere l’obbedienza a questo decreto mediante il riconoscimento di quelle persone che riconosciamo autorevoli nella vita.
    Mi auguro che la ripresa del suo testo possa esserle di aiuto a comprendere quanto don Giussani in più occasioni le ha detto.

    Un caro saluto,

    Bartolomeo Ronchetti

    • Robi Ronza ha detto:

      La ringrazio per la sua osservazione e per il modo preciso ma anche garbato con cui me la fa. Come immaginerà ho presenti anch’io le pagine del mio libro – intervista cui lei si riferisce e, vista la situazione, sono di recente andato a rileggerle. Non vedo però un contrasto sostanziale tra quanto don Giussani mi disse allora e quanto oggi ci domanda la Santa Sede. Una cosa è il criterio, nient’affatto politico ma ecclesiale, in forza del quale riconoscere chi è per noi autorevole. Una cosa è il metodo con cui manifestare tale riconoscimento. Quello che era adeguato quando eravamo i più o meno 3-400 che nella famosa foto di Elio Ciol si vedono assiepati attorno a don Giussani alla torre di Varigotti (e io ero uno di loro), non lo è più adesso che siamo decine di migliaia sparsi in tutti i continenti, don Giussani ha lasciato la scena di questo mondo e noi nel nostro omplesso, insieme alla Chiesa in quanto tale, siamo perciò divenuti eredi del suo carisma.

      • Bartolomeo Ronchetti ha detto:

        Caro Ronza,
        grazie per la sua cortese risposta, apprezzo molto la sua disponibilità al dialogo, pur non condividendo il merito di quanto da lei affermato. Mi permetto – sono certo converrà con questa mia iniziativa – di riportare di seguito il testo di pag. 194 del libro da me pocanzi citato, affinché i lettori possano liberamente interpretare le parole di Giussani, in un’ottica di concordia e polifonia.
        Di cuore auguri e buone feste. Pace e bene.

        DOMANDA DI RONZA:
        “In tutti gli altri movimenti ecclesiali, sia medioevali (come per esempio l’originario movimento francescano) che contemporanei, che come CL erano o sono caratterizzati da un’intensa vita di relazione, le cariche sono a tempo. In CL, invece, almeno finora, le cariche sono a scadenza indeterminata, forse tendenzialmente a vita. Ciò determina, in molte situazioni, l’emergere di figure un po’ atipiche: o laici che assumono atteggiamenti parasacerdotali o preti che assumono atteggiamenti paravescovili…
        Altrove, la scelta dei priorati a scadenza prestabilita, e a man- dato solo limitatamente rinnovabile, mi sembra esser nata dal desiderio di evitare che il peso, in positivo e rispettivamente in negativo, degli specifici carismi e degli specifici limiti del «priore» influisca in modo stabile sulla vita della comunità. Ovvero che specifici carismi e limiti dei «priori» (e anche, nel caso siano laici sposati, delle loro mogli) vengano a costituire una specie di ortodossia specifica della singola comunità…
        Tale scelta, insomma, è ispirata al desiderio di evitare il dispotismo e di consentire ogni volta nuovi sviluppi alla vita della comunità. In che modo in CL si cerca comunque di evitare questo tipo di involuzione?”

        RISPOSTA DI GIUSSANI:
        “Analogamente a quanto rilevavo poco fa, dirò che, piutto- sto che correre altri rischi forse anche più gravi, preferisco si corra quello del dispotismo, che può essere contrastato con efficacia da chiunque viva con maturità l’esperienza di Comunione e Liberazione. La nostra impostazione educativa, infatti, sottolinea enormemente la libertà della persona come condizione irrinunciabile. In particolare, dal 1980 in poi questo aspetto della nostra esperienza si è oggettivato nella Fraternità di Comunione e Liberazione, eretta dapprima dall’Abate di Montecassino l’11 luglio 1980 e poi ricono- sciuta dalla Santa Sede l’11 febbraio 1982. La Fraternità è un invito rivolto a tutti gli adulti perché si aggreghino in gruppi, in realtà comunionali costituite in modo assolutamente libero e condotte con responsabilità del tutto immanente al gruppo medesimo, cosicché il procedere del movimento sia sempre il frutto complessivo dell’insieme delle esperienze e delle iniziative in cui tutta la base è impegnata in spirito di comunione.
        Penso che – anche, pur se non solo, con riguardo a quel problema del possibile dispotismo cui si accennava – la Fra- ternità costituisca una risposta geniale, alla quale purtroppo, almeno finora, non corrisponde un impegno adeguato da parte di tutti.”

  4. Carlo Meazza ha detto:

    Robi, dopo le prime 7 righe del tuo articolo ho preferito non continuare a leggere. Il complesso di superiorità, oltre ad altro, è quello che mi ha allontanato 55 anni fa da GS. Non offenderti

    • Robi Ronza ha detto:

      Non è il frutto di un complesso di superiorità, che proprio non mi appartiene. E’ un dato di fatto che nella Chiesa vale altrettanto per tante altre realtà: dalla Comunità di Sant’Egidio fino ai Catecumenali e così via. E per quanto concerne la società italiana vale lo stesso per i più diversi soggetti sociali, politici e culturali: dalla Cgil a Fratelli d’Itaia, dalla Confindustria alla casa editrice Feltrinelli. Una cosa è il giudizio che ciascuno può darne e un’altra è il riconoscimento del peso obiettivo che un certo soggetto ha nella Chiesa o rispettivamente nella società. Quale che sia il giudizio che ciascuno di noi può dare su uno di questi soggetti, non riconoscerne la rilevanza obiettiva sarebbe una sciocchezza.

  5. Carlo meazza ha detto:

    Quando é morto ho detto, a parenti ciellini, che Giussani aveva fatto del bene anche a me per i due anni di mia appartenenza e impegno in Gs. Poi le cose sono cambiate dopo un viaggio, il primo, in Uganda, dove avevo capito di quanto grande e diverso fosse il mondo rispetto a quanto fino ad allora mi era stato detto. Mi ero accorto che il nostro modo di guardare le cose e il.mondo aveva qualcosa di sbagliato e a me non piaceva più, c’era altro. Questo riguardava anche la religione e la sua pratica ma non il rapporto con la sacralità della vita. Così ho continuato per altre vie, tortuose, a volte faticose, affascinanti, senza mai dimenticare quei due preziosi anni in Gs. Però quel complesso di superiorità e di…questa é la veritá …non é quello che ha fatto scrivere a Carron in una lettera su Repubblica di qualche anno fa…forse dovremmo domandarci perché non siamo simpatici agli altri…So che tu Robi non sei così come non lo sono tanti ciellini che conosco, poi so bene che queste mie osservazioni sono forse fuori tema

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