Dopo il disastro di Beirut. La Francia, l’Italia e la strana mansuetudine di Luigi Di Maio

Precipitatosi ieri mattina a Beirut, dove è rimasto per otto ore facendo poi ritorno a Parigi in serata, il presidente francese Emmanuel Macron ha colto al volo la circostanza della tragica esplosione nel porto della capitale libanese per riaffermare lo storico patronato della Francia sul Libano. Il programma di aiuti alla ricostruzione di quanto è andato distrutto avrà certamente una “risposta internazionale”, affermava frattanto un mansueto Luigi di Maio, intervistato a Roma dall’agenzia France Presse, aggiungendo di essere “felice che Paesi come la Francia siano in prima linea nell’aiuto al Libano”.

L’intervista del nostro ministro degli Esteri è stata ripresa con ampiezza da L’Orient-Le Jour, il giornale in lingua francese che è uno dei principali quotidiani del Libano, in modo che tutti nel Paese venissero a sapere quanto devotamente filo-francese sarà la posizione che l’Italia intende assumere nella conferenza per gli aiuti internazionali al Libano che, ha detto Di Maio, verrà convocata “al più presto”.

Resta da capire perché mai il nostro governo si sia messo su questa lunghezza d’onda. Per grazia ricevuta dopo tutto quello che la Francia sta facendo per mettere l’Italia ai margini in Libia? E tutto ciò benché Roma abbia con la Libia legami storici paragonabili a quelli che Parigi ha col Libano, e interessi attuali anche maggiori.

La catastrofica esplosione nel porto di Beirut ha colpito un Paese già da mesi attanagliato da una profonda crisi sia economica che politica.  Al suo arrivo a Beirut Macron si è subito proposto come grande mediatore e nel pomeriggio è riuscito nell’impresa, che sin qui non era riuscita al presidente libanese Michel Aoun, di mettere attorno allo stesso tavolo le più alte cariche dello Stato e i leader di tutti i gruppi parlamentari, ossia i capi di tutte le varie entità etno-religiose che compongono l’aggrovigliato mosaico politico libanese. Per dare ai più informati sulle vicende del Libano un’idea dell’eccezionalità  dell’incontro cito qui alcuni fra i presenti: Gebran Bassil, Samir Geagea, Saad Hariri, Mohammad Raad, Walid Joumblatt, Ibrahim Azar, Samy Gemayel e Sleimane Frangié.

Avendo al fianco il suo ministro degli Esteri, Jean-Yves Le Drien, e l’ambasciatore francese a Beirut, Macron ha co-presieduto insieme ad Aoun l’avvio di un negoziato il cui obiettivo è l’elaborazione di un «nuovo patto politico» evidentemente destinato a sostituire lo storico «patto nazionale» definito sotto l’ègida della Francia ai tempi del suo mandato sul Libano. Il presidente francese ha già annunciato che tornerà a Beirut il primo settembre, presumibilmente per assistere in veste di grande garante alla firma del nuovo patto politico.

Nell’ area mediterranea, dove l’ormai avviato tramonto della presenza americana riapre antichi spazi ai maggiori Paesi europei, senza dubbio solo un presidente francese poteva impegnarsi in Libano in un’operazione del genere. È perciò un ben mesto paragone quello che si può fare con la Libia ove l’Italia ha (o aveva) una posizione analoga. Al riguardo non si possono di certo addossare responsabilità solo all’attuale governo. Il tragico pasticcio ebbe inizio quando   Berlusconi non seppe opporsi all’attacco militare della Francia di Salkozy alla Libia di Gheddafi con cui si aprì il vaso di Pandora che fino ad oggi non si è riusciti a chiudere. Ciò non toglie tuttavia che una politica mediterranea meno incompetente, confusa e maldestra di quella che hanno fatto tutti i nostri successivi governi avrebbe potuto limitare i danni per tutte le parti in causa che ne sono derivati. Ciononostante, grazie alla strutturale presenza dell’Eni in Libia e al modo intelligente con cui viene gestita, il nostro Paese avrebbe nella situazione ancora delle carte da giocare. Auguriamoci che ne resti ancora qualcuna quando finalmente avremo un governo capace di giocarle.

 

P.S.

Frattanto ci si deve continuare a dispiacere della latitanza dalle operazioni di  soccorso degli Stati Uniti e in particolare della loro Sesta Flotta tuttora di stanza nel Mediterraneo. Certamente di tale flotta fa parte almeno una portaerei d’assalto anfibio, i cui veicoli da sbarco potrebbero approdare anche in un bacino disastrato come quello del porto di Beirut.  Dagli ospedali locali, oberati dal gran numero di feriti di cui si devono occupare, con tali veicoli persone bisognose di cure chirurgiche complesse potrebbero venire facilmente trasferite negli attrezzatissimi ospedali di bordo sia della portaerei d’assalto anfibio che di altre navi della flotta.

 

7 agosto 2020

 

 

 

 

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Dopo il disastro di Beirut. La Francia, l’Italia e la strana mansuetudine di Luigi Di Maio

  1. Bocian ha detto:

    E sostituire “strana mansuetudine” con “manifesta incapacità”?

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